“Eccomi” – Jonathan Safran Foer

L‘ultimo attesissimo libro di Jonathan Safran Foer (uscito undici anni dopo il precedente romanzo) si chiama Eccomi e fa riferimento alle parole che disse Abramo a Dio sul monte Moriah. Dio lo chiamò e Abramo rispose semplicemente Eccomi – come a significare che qualunque cosa Dio voglia, Abramo sia completamente presente per Lui, senza condizioni o riserve o necessità di spiegazioni.

Già nel titolo Eccomi offre forse una chiave di lettura del libro. Non tanto perché sia un romanzo autobiografico, nonostante le evidenti somiglianze tra autore e protagonista maschile, ma perché è un offrirsi al mondo, in tutta la propria interezza. Safran Foer ha dichiarato di aver voluto scrivere un libro su TUTTO, che spiegherebbe il perché delle 672 pagine (o 661 + vocabolario yiddish finale); ambizione decisamente folle, che non riesce a giustificare né la lunghezza del libro né l’elevatezza, impossibile per definizione, della missione per cui nasce il romanzo.

Safran Foer scrive bene, anzi benissimo. Ho letto il libro in cinque/sei giorni e non è stata dura, nonostante le ripetitività che ovviamente contiene: Eccomi per certi versi è coinvolgente, divertente e stimolante. Eppure, proprio come il perfetto matrimonio di Julia e Jacob che purtroppo va a rotoli, qualcosa nell’idea letteraria di Safran Foer segue la stessa tragica fine.

La storia è la classica storia di una famiglia che si sfascia in un momento particolare: c’è il Bar Mitzvah del figlio maggiore, che fa la tipica cosa stupida da adolescente; appare un cellulare e quando c’è un cellulare si sa che niente va mai bene; infine, una catastrofe colpisce lo stato di Israele…

Tutte  le mattine felici si assomigliano, esattamente come tutte le mattine infelici, ed è questo, in fondo, a renderle così profondamente infelici: la sensazone che quest’infelicità sia già accaduta prima, che gli sforzi per evitarla al amssimo la rafforzino e probabilmente non facciano che esacerbarla, che l’universo, per qualche inconcepibile, inutile e ingiusta ragione, cospiri contro l’innocente sequenze di vestiti, colazione, denti e ciuffi sparati, zaini, scarpe, giacche e saluti.

Gli ebrei sono famosi per tante  cose: tra le tante, il loro particolare umorismo. Lo stesso di cui è intriso Eccomi e che ne rende agevole la lettura – e che caratterizzava già i precedenti lavori di Safran Foer, da Ogni cosa è illuminata a Molto forte, incredibilmente vicino; ma non basta a risolverne i suoi problemi, anzi, anche questo tentativo di alleggerire il malloppo diventa eccessivo.
Safran Foer racconta da vicinissimo una storia alquanto triste, la fine di un amore/famiglia, e cerca di farlo riportandone la realtà passo passo. Voler rappresentare la quotidianità, il day by day dei Bloch, i loro riti speciali, le piccole menzogne tra gente che vive insieme, le azioni ripetute, gli errori non voluti e quelli fatti per il quieto vivere, tutta questa smania di rappresentare tutto, di traferire sulla pagina bianca una realtà che comunque resta inesistente, diventa troppo e si giunge allo sconfinamento nel campo dell’irreale, del finto e dell’artefatto.

– Vogliamo appianare tutto e arrivare al Bar Mitzvah com’era in programma.
– Scusandoci di tutto con tutti?
– Vogliamo tornare alla felicità.
Jacob e Julia registrarono in silenzio la speranza, la tristezza e la stranezza di quello che Julia aveva detto, mentre le parole si dissipavano nella stanza andando a posarsi in cima a pile di volumi religiosi e moquette macchiata. Avevano perso la strada e perso la bussola, ma non la convinzione che fosse possibile tornare indietro, per quanto nesssuno dei sue sapesse esattamente a quale felicità si stesse riferendo Julia.
Il rabbino intrecciò le dita, come fanno i rabbini e disse:” C’è un proverbio chassidico: inseguendo la felicità, smarriamo la soddisfazione.

Eccomi pecca di iper realismo. I suoi personaggi sono troppo veri, dicono cose troppo intelligenti (soprattutto i ragazzi Bloch, largamente superiori alla media) o troppo stupide o fuori contesto, cose che permettono solo all’autore di fare digressioni o di disegnare degli scenari psicologici-emotivi per farci capire cosa avverrà o cosa già è avvenuto, e perdono così di ogni credibilità, insieme alle situazioni descritte.
Quando leggiamo un libro, a volte anche se è una biografia, sappiamo sin dall’inizio che ciò che scritto è finto, che è una copia rimodellata e trasformata del reale, che contiene spunti e ispirazione di fatti magari realmente accaduti, frammenti di conversazione o ricalchi di persone; questo non ci impedisce di innamorarci, intristirci e rallegrarci con i personaggi o ritenere le loro storie meno vere e importanti. Non è la perfetta aderenza al reale a rendere un libro credibile, vero e sentito. Il c’era una volta delle favole non ne sminuisce affatto il suo valore educativo, così come i draghi, la magia o le invenzioni fantascientifiche.
In Eccomi c’è un doppio problema: da un lato, situazioni e storie già vissute e verosimili narrate con una lente d’ingrandimento gigantesca, che ne analizza quasi ogni secondo, rendendolo in certi punti decisamente noioso; dall’altro, personaggi che sono  dei poser, delle copie caricaturali di quello che sarebbero in realtà, niente affatto credibili nonostante tutti gli sforzi.

In un romanzo in cui è tutto possibilmente vero, diventa tutto impossibilmente falso.  Tutto appare forzato e pompato, tutto appare un po’ troppo forte. Anche la metafora Stato di Israele che va in frantumi/vita di Jacob che si sgretola diventa troppo palese a un certo punto. E ad un lettore attento, diventa stancante, perché è come se entrassimo tra le righe delle pagine, rendendoci conto dei meccanismi intrinsechi della storia, svelando il mistero e impedendoci di entrare davvero in quell’universo che Eccomi doveva racchiudere.

Ho spoilerato Israele, ma tutto il romanzo è intriso di ebraismo, di tutto l’odio e l’amore che Safran Foer prova per la sua religione. Le radici sono una faccenda seria per Safran Foer – se avete letto qualcuno dei suoi libri, lo saprete già. Una faccenda seria, di cui parlare, scrivere e essere fieri; e allo stesso tempo non troppo, perché poi ci sono cose che non si possono accettare e tollerare; o forse la religione, quella imposta dalle tradizioni della tua famiglia, per volontà del caso e non frutto della propria consapevolezza, è una di quelle cose che si accettano e tollerano, nonostante tutto.

Ebreo, si. Ma un ebreo religioso?
Jacob non sapeva mai come rispondere alla domanda “Sei religioso?”. Non era mai non appartenuto a una sinagoga, non aveva mai non mostrato qualche attenzione alLe regole alimentari della kasberut, non aveva mai non dato per scontato – neppure nei momenti di massima frustrazione nei confronti di Israele o di suo padre o dell’ebraismo americano o dell’assenza di Dio – che avrebbe cresciuto i suoi figli con un qualche grado di pratica e di istruzione ebraica. Ma una religione non si regge sulle doppie negazioni, O come avrebbe detto Max, il fratello di Sam, tre anni dopo nel suo discorso per il Bar Mitzvah: “Alla fine riesci a tenerti solo quello che ti rifiuti di lasciare andare”. E per quanto Jacob volesse la continuità (di storia, cultura, pensiero e valori), per quanto volesse credere che esistesse un significato più profondo non solo per sé ma anche per i loro figli, la quadratura del cerchio era lontana.

In ebraico il significato originario della parola “peccato” vuol dire “mancare il bersaglio”. Su questo riflette Julia ad un certo punto. Ed è lo stesso che potrei dire di Eccomi: c’eri quasi, Safran Foer. Ci potevi essere. Stavi per rappresentare tutto, stavi per raggiungere l’obiettivo, ma poi hai mancato il bersaglio: hai peccato di presunzione.

L’idea più stupida divenne ragionevole, quasi saggia, forse persino geniale. L’alternativa – il buon senso – divenne insensato. Perché erano giovani. Perché si è giovani una volta sola in una vita che si vive una volta sola. Perché l’incoscienza è l’unico pugno che possiamo sferrare contro il nulla. Fino a che punto possiamo sopportare di sentirci vivi?

 

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda, 2016

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