“Il delitto del conte Neville” – Amélie Nothomb

A febbraio 2016 è uscito l’ultimo romanzo di Amélie Nothomb, Il delitto del conte Neville. Se il ritorno della scrittrice belga in libreria non stupisce più, dal momento che sforna pressoché un libro all’anno, da un po’, ahimè, neanche le sue opere riescono a stupirmi come facevano un tempo. Uccidere il padre, La nostalgia felice, Barbablu purtroppo non sono all’altezza delle precedenti prove letterarie di Amélie: la scrittura vivace sembra aver perso ritmo, la verve ironica si è un po’ ammosciata, i guizzi e la brillantezza della sua prosa si sono appannati. Per un’amante della Nothomb come la sottoscritta è una vera tragedia non riuscire ad appassionarsi ai suoi romanzi come è accaduto con L’entrata di Cristo a Bruxelles, Igiene dell’assassino (che dialoghi arguti, ragazzi!), Stupore e tremori (ironia e autoironia à gogo!) e Né di Eva né di Adamo. A ogni nuova uscita della Nothomb mi assilla un dilemma: è tornata la vecchia Amélie? Be’, perlomeno Il delitto del conte Neville non ha deluso le mie aspettative.

Il conte è l’ultimo custode dei valori della nobiltà belga, ma la sua famiglia si è impoverita al punto da dover vendere il sontuoso e decadente castello nelle Ardenne. Prima, però, sarà data una festa lussuosa, occasione importantissima perché Henri Neville possa esercitare per l’ultima volta le sue apprezzate doti di ospite, arte che ha appreso dal padre e per la quale è noto nell’ambiente aristocratico belga. È per questo che, quando una veggente gli predice la più orribile delle catastrofi, Neville si dispera: il conte ucciderà uno dei suoi invitati. Quale sacrilegio per un uomo il cui più grande pregio è accogliere e mettere a proprio agio i suoi commensali! «Se a uno dei suoi amici fosse stata rivolta una profezia simile […] Henri sarebbe scoppiato a ridere e gli avrebbe detto […] di non credere a storie da donnicciole. Sfortunatamente era quasi come tutti: non credeva alle predizioni a meno che non lo riguardassero». Iniziano giorni di angoscia e di idee folli per sfidare il destino; ma niente sembra placare l’ansia del conte, nemmeno le assurde intenzioni della sua terzogenita, Sérieuse, che nell’intera faccenda gioca un ruolo fondamentale. Solo nelle ultime righe del libro si scopre chi sarà la vittima del crimine di Neville.

Con questo romanzo Amélie Nothomb ritorna a dare sfogo alla sua penna pungente, divertendo e sorprendendo il lettore in alcuni passaggi particolarmente bislacchi. La scrittrice attinge al mito e ai codici inviolabili del mondo antico, come quello dell’ospitalità; ma si ispira anche alla fiaba, perché in fondo l’intero romanzo non è che un racconto dotato degli elementi narrativi del genere (la famiglia aristocratica, la veggente, la fanciulla enigmatica, il meraviglioso che si manifesta sotto forma di profezia, il bizzarro concetto di ‘sentiti’, ovvero l’insieme dei sentimenti e delle sensazioni che definiscono una persona). Inoltre, dà ritmo alla narrazione attraverso quei dialoghi sagaci che sono il suo marchio di fabbrica.

Nonostante la brevità e l’asciuttezza, Il delitto del conte Neville appassiona quanto basta, solletica le sinapsi del lettore e assicura due ore di diletto. Elementi sufficienti per poter concludere che, sì, la cara, ironica Amélie Nothomb è tornata. Meno male.

Angela Liuzzi

Amélie Nothomb, Il delitto del conte Neville, Voland, 14 euro

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