“Le giovani parole”, M. Gualtieri: discesa «dentro le venature»

Per dirla con Mario Luzi, si può leggere l’ultima raccolta di Mariangela Gualtieri come una discesa «dentro le venature» del mondo, «celestiale algebra» della vita che la poesia può insegnare solo ripartendo dalle «cortecce dell’essere» (Moltre miglia lontano dal cuore).

Le Giovani parole sono prima di tutto un lascito per questa nostra epoca segnata dalle ferite della traversata, frantumata dai muri e dall’ansimare di un’accelerazione che incessantemente porta a smarrire i propri dove. Una delle sezioni più belle s’intitola significativamente Studio sullo stare fermi, esame sulla fissità e antidoto alla dispersione del movimento esterno: «Si fa un atto di fede, stando fermi. / Si dice: credo in ciò che non si vede, / […] // so che nel vuoto apparente / c’è una corrente feconda, una mano / […], una mente / di creazione.»; «Stando molto fermi si crea una fessura / perché qualcosa entri e faccia movimento / in noi, e ci lavori piano, come capolavoro / da ultimare». Dunque non uscire, ma «entrare» e lasciar entrare, non fuori di noi ma «in noi»: «Le torri della edificata città, le strade / le corsie, le antenne, le rotaie, le gallerie / della metro. Tutto tentava un’esistenza / lontano da voi. Tutto falliva.» (Le torri della edificata città, le strade).

Soltanto questa sezione basterebbe per rinvenire la condensazione di echi che orchestrano la polifonia sotterranea del libro: dai Padri della Chiesa, tra i quali Agostino a me sembra essere la colonna portante, Jacopone da Todi, Dante, fino al Petrarca  monastico del De otio religioso, De vita solitaria e Secretum; inoltre emerge tutto l’amore per il filone “contemplativo” della letteratura (Leopardi, Pascoli, Ungaretti, Luzi) sorretto dalla solida impalcatura biblica e a tratti pascaliana: «Si può / spezzare in infinità l’umana particella», «Sempre qualcosa fa fiore / nella nostra possente Adamà» (La vigna spiantata). È un libro foderato di “silenzio” (insieme a “contemplazione” l’altra parola chiave dell’opera), che recuperando l’antico schema medievale di lectio, meditatio e oratio, fonda la sua immobilità sul tacere per ricostruire il logoro «ospizio di parole»: «C’è un silenzio / come un comando. / Un esclamativo silenzio. / Un vestito di silenzio / addosso. / Una corona d’oro / di silenzio.» (Pregava così: liberatemi!). Le giovani parole merita di essere collocato accanto a due densi e importanti libretti di ultima uscita, come Biografia del silenzio di Pablo d’Ors, e Tacet di Giovanni Pozzi; sempre in Studio sullo stare fermi infatti, si legge: «Stando zitti e fermi è come dire / ecco, ingravidatemi» e Pablo d’Ors apre con medesime posture il ricordo sugli inizi della propria meditazione: «Ho cominciato a sedermi a meditare in silenzio e quiete a mio rischio e pericolo, senza che nessuno mi desse delle nozioni di base o mi accompagnasse nel processo. La semplicità del metodo – sedersi, respirare, zittire i pensieri…- e, soprattutto, la semplicità del suo proposito – riconciliare l’uomo con quello che è […].». Essere «ingravidati», svuotarsi per essere fecondati, kenosi, come insegna la storia della spiritualità, per «riconciliarsi» e fare ritorno al nocciolo autentico di ciò che si è.

In questo senso sono quasi sicuro che a Mariangela Gualtieri piacerebbe molto anche una monografia più tecnica come quella di Linda Bisello, intitolata Sotto il «manto» del silenzio. Storia e forme del tacere (secoli XVI-XVII).

L’altro termine ricorrente che mi sembra risolutivo per una comprensione esaustiva della raccolta è “contemplazione”; risalente anch’esso al vocabolario teologico medievale, costituisce l’ultimo gradino di conoscenza dopo la cogitatio e la meditatio e rende l’uomo capace di cogliere le connessioni invisibili tra le cose, il messaggio nascosto della creazione configurata come «concerto», dove pare che «Tutto risponda / a un direttore nascosto, non umano» (Studio sullo stare fermi).

Rappresentante di tale sguardo è Francesco d’Assisi, la cui figura permea lo splendido inno al creato della sezione dal titolo Bello mondo, in un gioco di riscritture che va dal Cantico delle creature al Poema dei doni di Borges facendo così della parola «Granaio di voci» (Cresce l’inverno sbattendo le persiane), dove l’apertura, il dialogo, l’eredità è ciò che conta. Non trattenere un tesoro ma rilasciarlo, come lanterna in questa nostra foschia umana, sperando nel passaggio e nel rinnovamento: «Una nascere delle cose / al giorno e tutte spogliate / le vecchie forme sono ricreate.» (Eccomi. Sono celebrante). Dall’informe alla forma, dunque, a ciò che ha struttura, geometria, regola, ordine; queste le coordinate dell’ultima sezione Esercizi al microscopio, dove il rimedio all’indistinzione è additato nella poetica del piccolo, nell’unità suprema dei minimi.

Anche qui l’armonia è data dalla semplice, quanto intelligente filigrana di modelli letterari, che richiamano Il Fanciullino di Pascoli e le Epistole entomologiche di Gozzano; la genialità è sempre nella costante di questi tasselli della poesia italiana, che non vengono mai scissi dalla grande tradizione religiosa, donando un’“insiemità”, usando un’espressione del gesuita Rupnik, che si riflette sia nei livelli di citazione, sia nell’intero testo, che nell’occhio del poeta stesso.

Le scienze naturali, la biologia sono centrali come già spiega la Gualtieri, che in calce dice di aver continuato nell’osservazione dei vetrini, al microscopio professionale donatole dalla biologa Grazia Grilli; si spalanca qui la perfezione di un microcosmo brulicante dove tutto è partecipe del macrocosmo universale, la vita mormora nei millimetri e nei reticoli dell’essere: «Embrione, macrospora / infezione» (Getta ora nella pietraia), «semi», «granelli», «particelle», «ali», «zampe», «fibre succhi pelami» non sono altro che «forme d’un lucido splendore / sigillate e prima chiuse in formula» (Il frutteto).  Anche tutto ciò che è morte e malattia è innestato dentro l’armonia: «il virus e la cancrena / hanno l’aria piena di quel nome.» (Io vedo da qui). Questa tipologia di “poetica cellulare” trascende sia la scientificità che il mero scientismo e più che a Zanzotto, cui talvolta si avvicina, appare maggiormente accostabile alla visione filosofica di Mario Luzi e Wislawa Szymborska ma soprattutto ricorda il “Punto Omega” del paleontologo gesuita Teilard de Chardin: «un Centro distinto irradiante nel cuore di un sistema di centri» (Il fenomeno umano). È “sistema” infatti, un terzo termine che non compare nelle Giovani parole, ma può porsi tranquillamente quale suo sigillo, in una mappatura dove tutto è intimamente collegato e si regge sul fondamento d’una «cura / che lo sostiene / come fosse ogni specie prediletta / e prescelta» (Ogni granello. Ogni millimetro di foglia). In questa direzione, la grandezza del libro sta nell’essere come Collezione di sabbia di Calvino (del quale ricorrono i trent’anni dalla morte), vero e proprio «florilegio» molecolare, dal quale s’innalza un inarrestabile canto della compattezza che include persino la mappa segreta della circolazione sanguigna: «Atomi piastrine / aminoacidi tessuti vitamine proteine / una distribuzione di funzioni / svolte perfettamente.» (Non sappiamo. Non so. Non è dato sapere).

Le giovani parole, sono quindi una serie concentrica di mappe e costellazioni incastonate dentro tracciati e anatomie cosicché, Mariangela Gualtieri con le parole di Italo Calvino può esser chiamata anche lei «viandante nella mappa» e illuminare quel «residuo d’infelicità» che l’autore delle Città invisibili esortava a decifrare: «Solo se conoscerai il residuo d’infelicità che nessuna pietra preziosa arriverà a risarcire, potrai computare l’esatto numero di carati cui il diamante finale deve tendere […].» (Le città e gli occhi IV.).

È questo lo spirito del contemplativo, summa di “virtù passive”, colui che riesce ad abbracciare il Tutto entro i propri limiti contenendolo e custodendolo in sé, nel fondo del proprio cuore come minuscolo «scrigno di perfezione» (È uno scrigno di perfezione – il seme –); trovando la conformazione metafisica del cosmo, anche nelle squame di un’ala di farfalla.

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