“La favolosa storia delle verdure” – Évelyne Bloch-Dano

Best seller in Francia, libro dell’anno anche in Italia per add editore, La favolosa storia delle verdure della scrittrice e critica letteraria francese Évelyne Bloch-Dano (già nota a molti per l’altrettanto fortunato Giardini di carta) mi ha attirato dal primo momento in cui ho letto il titolo. Sarà l’aggettivo favoloso, sarà la mia passione per le verdure, il mio istinto mi ha convinto subito ad acquistare il libro e non mi ha assolutamente tradito, anzi.

Piante, storia, sociologia, arte: quante favolose storie intreccia e ci racconta Évelyne Bloch-Dano? Tante. E la cosa più bella è che sono storie che ti riguardano tutte da vicino, anche se non si dovessero mangiare tutte quelle le verdure.  Perché attraverso il cibo passa la vita, la filosofia, l’evoluzione della cultura, per non parlare della lingua. Perché il gusto non è solo uno dei cinque sensi, ma è qualcosa di più: «la sua etimologia, dal latino gustus, racchiude una nozione diversa: la radice indoeuropea da cui deriva il sassone kausjar (da cui l’inglese choose) significa scegliere.» Ed è scegliendo che dimostriamo chi siamo. Scegliendo, gustando e mangiando, quindi.

I miei giardini si radicano quindi nell’immaginario. Sono germogliati sotto la penna di tre donne che, ciascuna a suo modo, amarono la campagna e mi trasmisero quella passione: la contessa di Ségur, Colette e George Sand.

E così l’autrice ci porta alla (ri) scoperta di alcune delle verdure che vediamo più o meno comunemente sulle nostre tavole: carote, zucche, piselli, cavoli, pomodori, carciofi, fagioli, con l’extra delle verdure di Sicilia, poiché la nostra buona Évelyne è innamorata della nostra isola meridionale, dei suoi mercati e della sua ricchezza, culinaria e non, simbolo di ricchezza culturale e crogiuolo di razze, esperimenti botanici, incontri alimentari e esplosioni di gusto.

Se vi domandate come possa qualcuno esaltarsi per delle semplici verdure, dovreste davvero approfondire la materia: rimarrete davvero sorpresi delle avventure che vivono e hanno vissuto. Prendiamo per esempio la pastinaca. Molti dei lettori e mangiatori di oggi probabilmente non sanno neanche bene cos’è. La storia di questa verdura, sorella sfortunata della carota, è una storia di salite e discese che neanche un personaggio di Tolstoj: dall’essere comunissima e usatissima nel passato, è caduta in disuso, fino a passare nella totale dimenticanza nel secolo scorso e oggi molto timidamente ricompare su qualche tavolo qui e lì come ricercata suppellettile alimentare di qualche moda antica.
Se la pastinaca vi fa troppo strano, parliamo allora del cavolo. Che lo si odi o lo si ami, il cavolo lo conoscono tutti e tutti avranno usato almeno una volta una delle esperessioni che lo omaggiano: salvar capra e cavoli, mangiar cavoli a merenda, non c’entra un cavolo ecc. ecc. Beh, sapete perché questa simpatica verdura, con tutta la sua famiglia verde di broccoli, broccoletti, cavolfiori e cappucci, è così tanto utilizzata, sia in cucina che nel linguaggio? Perché esiste da – attenzione attenzione – addirittura il Paleolitico. Praticamente, da sempre! Perciò trattiamolo con un po’ di dovuto rispetto prima di scartarlo perché puzza o perché è pesante.

E che dire del pomodoro, invece, il fortunatissimo re della cucina mediterranea? Fino a non troppo tempo fa era snobbato e tenuto alla larga dalla cucina, anche perché era un non richiesto immigrato (aha!). Viene dalle Americhe e i primi pomodori erano biondi, dorati – da cui anche il nome pomme d’or, cioè “mela dorata” – e veniva usato soprattutto per le decorazioni (di dubbio gusto?). Per fortuna con il tempo le cose sono cambiate, perché, dico: ve la immaginate la pizza senza la salsa di pomodoro? E la lasagna? E il ragù? Ragazzi, ma scherziamo?! I tanti mali che la diffidenza e ignoranza provoca verso gli sconosciuti sono inenarrabili e davvero di pessimo gusto.

Il gusto medievale si contraddistingue per la passione del colore (verde, giallo, rosso e persino blu) e delle spezie, aggiunte «in abbondanza» a ogni genere di ricetta. La leggenda secondo cui le spezie servivano a mascherare l’odore della carne avariata è stata contestata dagli storici, perché all’epoca la carne si consumava fresca e precedentemente scottata in acqua bollente. Leggendo le ricette ci si accorge che le spezie sono presenti in tutti i piatti, che si tratti di sformati, di minestre o di carne. Si attribuivano loro virtù terapeutiche, e la dimensione medicinale dell’alimentazione sopravvisse ben oltre il Medioevo.

Insomma, potremmo dire quasi si stava meglio quando si stava peggio. No, adesso non ci allarghiamo: Évelyne Bloch-Dano riporta anche alcune ricette originali medievali e, tra uova crude, lardo e effetti collaterali, dire che sono per stomaci forti è dire poco! Ma interessante è scoprire che Feuerbach dalla famosa elucubrazione filosofica “Sono quello che mangio” non aveva fatto poi una gran scoperta: a lungo si è pensato che attraverso il cibo si potessero acquisire caratteristiche proprie di animali e verdure, ad esempio cosce di lepre per essere più veloci, o per gli appartenenti alla nobiltà, nutrirsi di selvaggina era un obbligo, perché animali liberi e forti, non come polli e galline del cortile.

Una saga di famiglie è quella che Évelyne Bloch-Dano ci racconta in questa sua deliziosa – è proprio il caso di dirlo – La favolosa storia delle verdure. Umbelliferae, brassicacee, cucurbitacee, solanacee, leguminose: tutte in lotta per essere servite e riverite dai nostri palati, crescere rigogliose con la propria prole nei nostri orti, continuare la stirpe nel gusto e nella memoria.

Évelyne Bloch-Dano, La favolosa storia delle verdure, add editore, 2017, € 16

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