“La ragazza del treno”: libro e film

Negli ultimi tempi, ci stiamo abituando a leggere storie di donne incasinate e psicopatiche (vi ricordate il film Gone Girl?) o vittime di uomini violenti, come ne  La ragazza del treno, che è divenuto un vero e proprio caso letterario.

Dopo essermi imbattuta in una serie di recensioni entusiastiche e aver visto la copertina ovunque, mi sono fatta convincere, illudendomi anche che rappresentasse una novità in termini stilistici e contenutistici, un po’ come era stato per il romanzo di Gillian Flynn.

Tuttavia, le ragioni del successo di Paula Hawkins sono per me inspiegabili. Le recensioni, lette qui e lì, promettevano suspense, che c’è anche stata, ma limitatamente alle prime cinquanta pagine (il libro ne conta in totale 378) ovvero  quando ho capito chi era il colpevole. Quindi, il momento di fiato sospeso è durato ben poco.

Procediamo con ordine e cerchiamo di capire quali sono i punti di forza e di debolezza di questo caso letterario.

I personaggi: la protagonista è Rachel, anti-eroina per eccellenza, con una drammatica dipendenza dall’alcool e con tendenze autolesioniste. Spesso, la sua aria da colpevole la trascina al limite del patetico, ma questo rappresenta un elemento di diversità rispetto alle protagoniste femminili delle quali siamo abituate a leggere, quindi caratterizza il romanzo ed è la sua chiave di “svolta”.

Al contrario, gli altri personaggi sono persone vuote, senza particolari ambizioni, sono per di più macchie dai contorni non ben definiti. Credo che sia stata una precisa volontà dell’autrice quella di rappresentare la condizione delle nuove generazioni di adulti: persone insoddisfatte, irrequiete e annoiate. Fin qui, tutto bene.

La trama: Rachel è una donna sola che non è riuscita a riprendersi dopo il divorzio, ultimo stadio di un matrimonio infelice. Licenziata dal lavoro, per salvare le apparenze, tutti i giorni prende il treno e fa finta di recarsi in ufficio. Attraverso il finestrino, i suoi occhi scorgono una casa abitata da una giovane coppia e la sua mente vaga… Immagina i nomi, le professioni e il tipo di vita che possono condurre, tanto da farsi coinvolgere nelle indagini per la scomparsa della donna, che scoprirà poi chiamarsi Megan che, dietro all’aspetto di seducente bionda della porta accanto, nasconde un losco passato, che non ho trovato poi così imprevedibile.15034026_10211230237861115_11021451_o

Abbiamo detto che si tratta di un thriller-giallo del quale ho capito subito il colpevole. Non perché io sia un genio, sia chiaro, ma perché la dinamica era piuttosto scontata, non ho avvertito sussulti di tensione, anzi, il tutto risultava un po’ piatto.

Mi sono chiesta come mai tantissimi abbiano trovato questo thriller sorprendente ed originale e io, invece, l’abbia trovato privo di mordente.

Sarà forse perché è stato detto-scritto-letto di tutto e per questo risulta difficile stupirsi per i lettori più incalliti? Non so, sta di fatto che aldilà del personaggio principale che ho trovato ben delineato, la trama, lo stile e la tecnica narrativa risultavano piuttosto monocordi. Il libro non riesce mai a prendere velocità e manca di pathos. Ecco perché parlerei più di un “romanzo psicologico”, in cui si scandaglia l’animo dei protagonisti piuttosto che di un thriller-giallo.

Proprio perché il libro non mi è piaciuto, mi sono recata al cinema senza particolari pretese o timori. E paradossalmente, il risultato non è stato poi tanto male.

Il film di Tate Taylor ha dei pregi rispetto al libro: primo fra tutti, il montaggio stringato rende la pellicola più incalzante, eliminando alcuni momenti noiosi presenti nel romanzo, e permette di inquadrare con più chiarezza le tre donne sulle quali si basa l’azione: Rachel (Emily Blunt, imbruttitasi per il ruolo della protagonista alcoolizzata), Megan (Haley Bennett che mi ha ricordato l’interpretazione fredda e nichilista di Rosamunde Pilke in Gone Girl) e Anna (Rebecca Ferguson).

Gli uomini invece sono personaggi accennati: Justin Theroux, nel ruolo di Tom (l’ex marito di Rachel, ora sposato con Anna e padre di una bambina), che è un uomo taciturno e non esattamente il tipo nel quale riporre la propria fiducia; poi c’è Scott (Luke Evans) intimamente aggressivo e morbosamente geloso; infine, lo psicologo Kamal Abdic (Édgar Ramírez) che cade nella trappola erotica di Megan.
Dunque, uomini deboli, con qualche caratteristica in comune: sessuomania e violenza.

Leggevo da qualche parte che la sceneggiatrice Erin Cressida Wilson avrebbe paragonato La ragazza del treno ad una versione in movimento de La finestra sul cortile di Hitchcock. Non mi dilungherò su questo tema, ma mi limiterò nel dire che trovo il paragone quanto mai azzardato. Infatti, nonostante abbia visto e rivisto il capolavoro hitchcockiano e sappia perfettamente come va a finire, non viene mai meno l’elemento emotivo legato alla suspense, che qui invece risulta piuttosto flebile. Anche il voyeurismo di fondo presente in entrambi i film non è paragonabile, poiché in Hitchcock rasenta l’ossessività, qui invece è appena accennato.

In conclusione, si tratta della pellicola che riproduce fedelmente il romanzo, salvo per delle minime modifiche (per esempio, lo spostamento dell’azione da Londra a New York), ideale per chi desidera trascorrere un pomeriggio non impegnativo e per tutti coloro a cui piace veder riportata sullo schermo l’indagine psicologica sui personaggi, piuttosto che un thriller vero e proprio.

Come dicevo per il libro, la trama non risulta particolarmente avvincente, proprio perché si tende a privilegiare di più la psiche dei personaggi. Dunque, la pellicola, al pari del romanzo, si presenta un po’ tiepida, motivo per cui non è riuscita a coinvolgermi né a convincermi del tutto.

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