Di cosa parliamo quando parliamo di Birdman

La settimana scorsa l’Academy ha assegnato gli Oscar e quest’anno il favorito è stato Birdman, l’ultimo film di Inarritu. La cosa ha scatenato – come da prassi solita – un fiume di critiche e un mare di applausi.
Noi, che di cinema non ce ne intendiamo abbiamo deciso che per una volta che vogliamo uniformarci al coro di critici, esercitando a pieno titolo (?) il nostro ruolo.
E così, scendiamo in campo anche noi nella guerra tra Birdman sì e Birdman no, nella battaglia  tra “il film mi è piaciuto perché ” e “il film non mi è piaciuto perché”, proprio come la più classica delle rubriche recensorie farebbe. Dicendovi la nostra come sempre, dalla penna di Glenda e Azzurra.

I MOTIVI DEL NO
Ero convinta che Birdman avrebbe potuto rimanermi addosso per molto tempo, come solo quei film perfettamente ed intimamente connessi con lo spettatore riescono a fare. Pensavo che la storia del protagonista potesse passarmi accanto, sfiorandomi, attaccandosi alla mia pelle per sempre. E questo l’ho pensato quando qualcuno, un paio di mesi fa, mi ha raccontato velocemente il plot di un film che rischiava di rientrare nei miei preferiti in assoluto. Invece, uscita dal cinema ho pensato al lavoro, ai miei impegni per il giorno dopo e, soprattutto, i miei occhi non hanno brillato come avrebbero dovuto. È inutile che indossi la maschera del critico per spiegare cosa tecnicamente non mi sia piaciuto. Si tratta semplicemente di una sensazione mancante, di un’attrazione fin troppo debole. Posso ammettere di aver apprezzato la regia visionaria, eppure così realistica, l’idea di partenza, la performance di Emma Stone e di Edward Norton e molte altre piccole cose che però non sono riuscite ad amalgamarsi in quel quid che mi fa pronunciare in silenzio, ancora a luci spente, il fatidico “Che film!”.

I MOTIVI DEL SI
Che film, che film! Ok, non mi sono strappata i capelli, altrimenti poi avrei bisogno anch’io di un orrendo parrucchino come quello che Michael Keaton indossa in scena, ma in certi momenti avrei potuto farlo. Un lunghissimo piano sequenza che tiene perfettamente il ritmo con un evento in continua evoluzione come può essere uno spettacolo teatrale scorre nell’ultimo, pluri-oscarizzato film di Alejandro Inarritu. Il film è meno corale, meno deprimente e meno inquietante dei suoi precedenti lavori; una certa ironia di fondo correda l’intera pellicola, graffiante e stridula a volte, che sputa dritta nella faccia dei personaggi tutta la verità di cui hanno bisogno. Birdman è un film che parla a chi lavora o vive in teatro, vero, a chi fa il critico, o l’attore o il regista o semplicemente frequenta in modo assiduo questo mondo, e questa caratteristica può essere un difetto o un pregio a seconda dei gusti; ma è anche un film che parla di noi, di tutti noi: noi che facciamo i selfie, noi che usiamo i social, noi che non li usiamo e li detestiamo e noi che non ci siamo mai fatti un autoscatto con la macchina fotografica, men che meno col cellulare intelligente! Birdman è un film sull’identità, su chi sei e chi vuoi essere, sul fatto che tutti, vuoi o non vuoi, recitiamo una parte, rientriamo in una categoria e a volte cadiamo vittima dei peggiori stereotipi. E che questo destino a cui non sfuggiamo e che ci insegue tristemente è quello che più dannatamente di tutte le cose combattiamo. A volte con l’aiuto di un supereroe.

I MOTIVI per cui abbiamo parlato di questo film, comunque, sono molto semplici, e in chiusura ve li spieghiamo.

Entrambe le autrici convengono fondamentalmente su un punto: Raymond Carver con questo film non c’entra un bel niente. Perciò se ve l’avevano venduto come un film ispirato a Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, beh ci siete cascati, siete stati fregati. E siccome ve l’hanno venduto in questo modo e siccome Ray, con la sua meravigliosa, secca, asciutta lingua, con le sue storie così nude e crude, con il suo modo di reinventare il racconto breve, ha fatto vendere biglietti a iosa ad un film e vincere Oscar, vorremmo che tutti concordassimo su un punto fondamentale: con i libri, con la cultura, si fanno un sacco di cose. Tra cui, “muovere l’economia”, spingere la gente a vedere un film che non sia il solito blockbuster, e, quindi terminare, ribaltando, quell’odioso sillogismo: con la cultura si mangia.
Il secondo principale motivo per cui ne abbiamo parlato era perché ci andava. E noi, a Temperamente, siamo fatti così.

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