Revolutionary Road: libro e film

I grandi libri, come i grandi amici, devono essere condivisi.
Richard Ford

La tanto agognata vittoria del buon Leo (Di Caprio) agli Oscar di quest’anno mi ha dato la giusta ispirazione per parlare di Revolutionary Road.

Il film di otto anni fa, tratto dall’omonimo romanzo di Richard Yates, è diretto da Sam Mendes (lo stesso di American Beauty). Ho amato il libro e ho amato il film. Evento piuttosto raro, dal momento che la visione della pellicola, a seguito della lettura, è talvolta un atto masochistico: i personaggi non avranno mai lo stesso viso, la trama verrà tagliuzzata e ne sarai irrimediabilmente deluso.

Questa volta il mio stato d’animo si è rivelato diverso: il film mi è piaciuto. E pure parecchio. La stessa Monica Shapiro (figlia di Yeats) apprezzò molto la rappresentazione cinematografica, lodando l’interpretazione dei protagonisti, la cui empatia, complicità e chimica sul set è immediata ed innegabile.

Il primo aggettivo che mi è venuto in mente dopo aver chiuso il romanzo e, ancora prima di leggere l’introduzione, è stato: “cinematografico”. Richard Yates fu un affamato cinefilo, è proprio per questo che i tempi dei dialoghi si presentano immediati e dinamici, i botta e risposta si fanno sempre più serrati man mano che ci avviciniamo alla fine e le scene si proiettano con precisione nella nostra mente come perfetti ed inquadrati fotogrammi.

La trama di Revolutionary Road è apparentemente semplice, senza garbugli, vi si affacciano pochi  personaggi (ma buoni) con una interessante stratificazione delle loro personalità.

In una villetta a Revolutionary Road si trasferiscono i coniugi Wheeler e i loro due figli, attorno a loro ruota (è proprio il caso di utilizzare questo verbo, in quanto in inglese il verbo wheel significa, appunto, ruotare) un gruppetto di personaggi: i coniugi Campbell, la signora Givings e Maureen Grube.

Nel romanzo, i bambini sono l’unico elemento positivo; invece, gli adulti nella loro totalità, vengono rappresentati in modo negativo; nessuno è in grado di prendere delle decisioni nette, né di aiutare concretamente il prossimo, ma in una dinamica meccanica, compiono sempre le medesime azioni in un alienante vortice di routine.

La costruzione del personaggio di Frank Wheeler provoca una reazione dura e critica nel lettore, ma anche nello scrittore stesso; egli è un uomo fedifrago e manipolatore, un vile e mediocre borghese che crede di essere migliore di quello che è. Immagina di essere impegnato e nicotinizzato alla Jean Paul Sartre. Al contrario, sua moglie April è vera, fragile e forte allo stesso tempo e tanto consapevole della sua condizione  da apparire folle agli occhi del marito.

April cerca la vita, è pronta a mettere tutto in discussione con gesti violenti e quanto mai tragici. Tuttavia, c’è sempre Frank e la società a ricordarle qual è il ruolo che deve recitare. Infatti, il libro e il film si aprono proprio con una rappresentazione teatrale: un fiasco per la compagnia di cui April fa parte. Lei era l’unico personaggio vivo, le dirà Frank in macchina, tornando a casa, ma la moglie non lo ascolta; sa di aver fallito il suo unico tentativo di presentarsi al mondo come qualcosa di più di moglie e madre. Sullo sfondo, il 1955: un periodo cronologicamente vicino, ma che ci pare lontano; il calcolatore è ancora un vagheggiamento e i desideri dei Wheeler sono anche un po’ i nostri: liberarci dalle sovrastrutture e dal pregiudizio di una società che ci vuole tutti uguali e che pone le donne in una posizione marginale.

Infatti April, come la sua vicina Mrs. Campbell, si dedica esclusivamente alla conduzione della vita familiare; anche l’insipida Miss Grube svolge una lavoro subordinato in ufficio, e subordinato è anche il suo ruolo nella “relazione” con Frank. Tutte le donne che circondano i Wheeler sono apatiche e incapaci di scegliere ciò che è davvero importante nella loro vita. Il coraggio di April di pensare fuori dagli schemi viene interpretato da Frank come il pensiero di una donna contro-natura che non desidera avere altri figli, poiché ciò rappresenterebbe la negazione dei propri desideri. Gli uomini di Yeats, infatti, appaiono come un esercito alticcio di lobotomizzati, spesso reduci da  aperitivi e contornati da nuvole di fumo.

In questo libro, nessun personaggio ha concretamente idea di ciò che è o di ciò che vorrebbe essere. Tutti sono imprigionati in un percorso già tracciato, compreso Frank che si trova involontariamente a seguire le stesse orme paterne. Il flusso di coscienza, i pensieri del protagonista maschile e degli altri personaggi dà loro maggiore spessore; infatti, nascosti dietro una maschera, nessuno ha il coraggio di fare ciò che realmente vorrebbe, non perché vi sia una morale sottesa alle loro azioni, ma per pura viltà.

Yeats non ha bisogno di virtuosismi stilistici, ma la sua narrazione è lineare e pulita, anche nel ricorrente flusso di coscienza, che nel film è perfettamente rappresentato dalle parole di John (Michael Shannon), figlio alienato e mentalmente instabile di Mrs. Givings (Kathy Bates). Una figura emblematica che mette in discussione, squarcia, turba gli equilibri e che in un gioco di parole condensa l’antifrasi di questo romanzo e la sua malcelata ironia: “Mia madre mi ha molto parlato dei simpatici rivoluzionari di Wheeler Road”.

John è l’unico in grado di riconoscere gli involucri vuoti di Frank e April che negano i propri desideri, nascondendosi  dietro le menzogne e la mediocrità. I colori netti e freddi della loro casa, sempre perfettamente lustra, fanno da controcanto al rabbioso stato d’animo dei coniugi: quello di Frank, incapace di farsi ancora amare da April e che non vuole perdere il suo ruolo di capo-famiglia, e sua moglie che si ribella e cerca di non trasformarsi in ciò che ha sempre disprezzato.

La cura per il dettaglio è la chiave del successo di questo film; tutto dalla sceneggiatura alla fotografia è perfettamente bilanciato, senza risultare artificioso o finto. L’interpretazione magistrale di tutto il cast riflette gli intenti di Yeats: Kate Winslet nasconde, dietro la sua compostezza, la rabbia di April e il suo desiderio di riscatto sociale. E il buon Leo, divenuto ormai un perfetto ed istrionico traduttore dei sentimenti umani, interpreta un personaggio all’apparenza sprezzante ed autoritario, che cela un animo debole e volubile.

La pellicola, infatti, nella maniacale e pedissequa fedeltà al romanzo reagisce chimicamente sotto pelle, scuote l’intimo e non vuole la lacrima facile, ma piuttosto costringe ad una riflessione profonda e viscerale.

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