Quando si gioca al gioco del trono, o si vince o si muore

Cosa fa di una saga fantasy (partita, tra l’altro, in sordina) un successo planetario da milioni di copie vendute, traduzioni in più di 20 lingue e una quantità di opere derivate da far impallidire i migliori best seller?

Nel caso di Game of Thrones, la fortuna dei romanzi pare esplodere dopo la messa in onda dell’ottima serie TV ispirata all’opera di George R R Martin. In realtà le due cose si integrano: la serie attira lettori, i romanzi attirano spettatori.

Le Cronache del ghiaccio e del fuoco vedono la luce nel 1996 e sono composte finora da 5 volumi (12 per l’editore italiano, Mondadori), cui dovrebbero seguirne altri 2 per concludere la saga. Uso il condizionale perché la storia, nel corso degli anni, sembra aver preso la mano all’autore andando ben oltre il suo progetto iniziale. Senza soffermarmi sulle polemiche e sulle ansie dei lettori che temono di non riuscire a veder terminata l’opera, vorrei cercare di analizzare per voi i motivi che hanno reso Martin un “classico” del genere fantasy.

Le Cronache appaiono come un ibrido moderno tra storia e fantasia, in cui il lettore precipita tra mondi immaginari, costumi medievali, creature mitologiche, tradimenti e spietate vendette familiari dal sapore shakespeariano, spettacolari ambientazioni ed epiche battaglie.

DanaerysRispetto al genere classicamente inteso, Martin rilegge contenuti, tematiche e topoi della letteratura fantasy in un modo del tutto originale, costruendo una struttura multilivello in cui si incastrano, s’intrecciano e si sviluppano molteplici trame parallele, narrate da punti di vista che guardano la storia da differenti prospettive; rivisita l’ambientazione medievale con un tratto contemporaneo, prende le tematiche puramente fantasy (magia, divinità, draghi e creature fantastiche) e le confina nell’estremo Nord di Westeros, continente immaginario in cui Sette Regni si contendono il potere. Per il resto, la saga racconta conflitti e intrighi di corte che potrebbero tranquillamente essere classificati come “romanzo storico”, ricreando un contesto in cui persino i draghi rinati oltre il Mare Stretto sembrano più armi militari che creature appartenenti all’immaginario fantastico. Tutta la storia parte da un interrogativo puramente politico: a chi spetta sedere sul trono di spade?

L’epopea dei Sette Regni si muove su due livelli, che a tratti si sovrappongono creando punti di contatto: la lotta per il trono – nella cui linea narrativa la tematica fantasy resta piuttosto contenuta, limitando lo scontro alla politica e al conflitto tra le casate di Westeros – e un conflitto di respiro più ampio, quasi metafisico, in cui si battono luce e oscurità e i contenuti fantasy hanno un peso maggiore. Per amalgamare i due tessuti narrativi Martin usa registri e toni diversi, spaziando dal comico all’erotico, dal tragico al politico, dall’epico allo storico.

JaimeQuesto essere border line tra generi è una delle peculiarità delle Cronache del ghiaccio e del fuoco e si può dire che la formula vincente di questa epopea sia proprio la fusione tra realismo e immaginazione.  Si tratta di una saga fantasy, ma non solo. Rispetto a Tolkien – modello assoluto dei narratori del genere, compreso (per sua stessa ammissione) Martin – qui non c’è un signore oscuro a incarnare la malvagità cui si oppongono i puri rappresentanti del Bene. In ASOIAF (acronimo di A Song of Ice and Fire, titolo originale dell’opera) le due forze sono in continuo divenire, si muovono sull’onda dei conflitti interiori che guidano personaggi dotati di una complessità psicologica impressionante, mai stereotipati o prevedibili, che non appartengono in modo assoluto a nessuno dei due fronti (con l’unica eccezione, forse, di Jeoffrey).

A livello contenutistico l’autore attua una rivoluzione fondamentale: nella saga non ci sono eroi, nessun personaggio è senza macchia, guerre e conflitti non sono più motivati dallo scontro eterno tra forze del bene e forze del male, ma sono piuttosto ispirate alle innumerevoli lotte che hanno devastato nei secoli la storia dell’umanità.

Martin – mossa vincente, a mio parere – resta al di fuori delle vicende, non interviene in alcun modo e lascia il lettore libero di schierarsi e giudicare secondo una posizione assolutamente soggettiva. Grazie all’espediente di raccontare la storia da più punti di vista, infatti, anche i personaggi controversi possono dare la loro versione dei fatti (Jaime Lannister, il Mastino) così come le figure che paiono animate da grandi ideali (Ned Stark, Jon Snow, la stessa Danaerys) mostrano lati oscuri che un narratore esterno non avrebbe potuto evidenziare. Questa tecnica – usata da Martin in modo eccellente e divenuta uno dei tratti stilistici distintivi della sua opera – consente al lettore di analizzare in modo imparziale ogni personaggio, sentendosi libero di scegliere chi inserire tra i buoni e chi tra i cattivi e magari di ricredersi sull’idea che si era fatto dopo aver analizzato motivazioni e comportamenti dal punto di vista (PoV, Point of View) dell’interessato.

Valar Morghulis

AryaCome un mantra, questo concetto permea tutta l’opera di Martin. L’autore non perde occasione per ricordare ai lettori che “tutti devono morire” e lo fa senza pietà, interrompendo un’altra tradizione del genere fantasy per cui l’eroe, pur affrontando mille peripezie e tragici eventi, alla fine trionfava su tutto. Nelle Cronache non c’è un vero e proprio eroe, così come non c’è un solo protagonista, e questo consente al demiurgo Martin di spezzare vite come fossero ramoscelli. Tutti possono essere eliminati, e non (sempre) ci sono magie o espedienti che possano riportarli in vita: una delle morti letterarie che più mi ha sconvolto nella mia carriera di lettrice (e ho letto tanto, credetemi) è stata quella di Ned Stark. Da lì in poi, il massacro non si è più fermato, e il genere fantasy non è stato più lo stesso.

Tra i punti di scontro fra detrattori e sostenitori di Martin c’è lo stile. Eppure, nonostante la prosa delle Cronache sia semplice, fatta di periodi poco complessi e descrizioni dettagliate ma mai troppo astruse, l’autore riesce a sfruttare quello che sembrerebbe essere un punto debole e a farne la forza narrativa su cui si basa la saga: è proprio in virtù di questa semplicità che egli può gestire i molteplici intrecci e la mole spropositata di personaggi che sbucano tra le pagine, tornando spesso al passato in cui si celano le origini di tutte le vicende narrate. Tutte le Cronache sono un susseguirsi di causa-effetto, da un’azione apparentemente innocua può nascere una nuova linea narrativa che va a intrecciarsi a tutte quelle rilasciate in precedenza, non ci sono mai avvenimenti scontati o prevedibili ma le situazioni sono sempre frutto di dinamiche solide e sensate, anche se bisogna andare a cercarle nel passato remoto di Westeros.

E qui veniamo a un altro dei pilastri solidissimi su cui si regge la saga: l’ambientazione.  Martin ha fatto un’operazione di world building colossale e certosina, raggiungendo livelli di realismo in ogni ricostruzione, sia che si tratti di cibi, di usanze, di eventi storici, di armature o di rituali; molti dei fatti sono ispirati a eventi realmente accaduti e gli ambienti in cui si svolge la trama sono ricreati su luoghi esistenti. C’è uno studio accurato dietro l’architettura delle Cronache, che consente all’autore di liberare senza remore la fantasia e trasformare le sue ricerche storiche e antropologiche in qualcosa di assolutamente unico e originale.

La storia di Westeros ricalca a grandi linee quella delle Isole Britanniche. Il continente in cui è ambientata la saga è diviso in Sette regni, come l’Eptarchia anglosassone (450 d.C.-850 d.C.); è separato dal barbaro nord da un gigantesco muro, la Barriera, in cui non è difficile riconoscere il Vallo di Adriano, costruito per isolare la Scozia e arginare l’invasione dei Pitti (che Martin trasforma in “Bruti”). Il Mare Stretto, che ricorda il Canale della Manica, separa Westeros da Essos, i cui abitanti somigliano agli Unni, ma che si ispirano invece alle popolazioni Danesi e Vichinghe che minacciavano le coste britanniche.

Stesso discorso per le casate coinvolte nelle guerre dei Sette Regni: gettando uno sguardo alle vicende antecedenti quanto narrato nei libri, i Targaryen conquistano Westeros grazie ai temibili draghi che servono la famiglia, in una immaginaria trasposizione dell’invasione Sassone ai danni dei Celti Britanni (identificati nelle leggende del ciclo bretone da un drago alato di colore rosso). Altra ispirazione viene dai simboli delle casate inglesi del dopo 1000, cosicché il leone dei Plantageneti si trasforma nel leone rampante dei Lannister e le rose di York e Lancaster nella rosa dorata dei Tyrell. Gli intrighi dinastici di quel periodo storico, inoltre, si rivelano per Martin un modello perfetto da seguire per strutturare la complicata lotta al trono di spade.

Nella trasposizione televisiva (che si avvale di sapienti sceneggiatori, ottimi interpreti e una colonna sonora superba), la produzione ha coinvolto numerose location per ricreare le atmosfere dei libri. Malta e Dubrovnick hanno “ospitato” Approdo del Re, sede del potere reale e snodo commerciale; Irlanda del Nord e Scozia si sono trasformate in Grande Inverno e nei territori del Nord; in Islanda è stata ricostruita la Barriera; sulle coste della Croazia sono stati allestiti Capo Tempesta e le Isole del Mare Stretto; sempre in Irlanda (a Ballintoy) sono state situate le Isole di Ferro e le ambientazioni esotiche di Essos hanno trovato il sito ideale tra Malta e la costa dalmata.

GOT

La potenza della saga, oltre a superare confini di genere (epica fantasy, romanzo medievale, horror e molto altro), è esplosa invadendo numerosi ambiti collaterali a quello letterario, coinvolgendo media di ogni sorta, oltre quello televisivo, e dando vita a graphic novel, giochi di ruolo, videogiochi, racconti, guide illustrate, ricettari ispirati ai Sette Regni.

C’è persino chi, tra le righe delle Cronache, ha voluto leggere una critica alla società contemporanea, in cui l’economia ha scavato solchi profondi tra una ristretta cerchia di ricchi e il resto della popolazione, ricreando una sorta di neo-feudalesimo simile a quello narrato nella saga. E chi ha scaraventato Martin tra le fiamme dell’inferno per aver raccontato un mondo in cui sesso e violenza la fanno da padroni (ah, sì, l’avevo dimenticato: anche il sesso è una delle tematiche che non appartenevano al genere fantasy “classico”).

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, soprattutto in merito al fatto che, da un certo punto in poi, la serie TV sembra aver preso vita propria, sganciandosi dalle vicende dei libri e addirittura superandole cronologicamente. Martin non si è scomposto e ha continuato per la sua strada. Il prossimo libro pare in dirittura d’arrivo e solo leggendo scopriremo quanto la produzione televisiva abbia deragliato dai binari e/o influenzato le vicende letterarie.

Tempi moderni. Martin lo sa, e proprio per questo credo che non smetterà di sorprenderci.

Monica Serra

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