Cup of books: “Niente Canzoni d’amore” – Bukowski

Bukowski. Sarebbe troppo facile berci su. E infatti, ci provo.
È venerdì pomeriggio.
Ho solo bisogno di una tazza e, per favore, Niente canzoni d’amore.
Basta frutti rossi, vaniglia, miele, mou e altre stronzate del genere. Non voglio neanche sentire una nota sdolcinata in questo pomeriggio di novembre. Siamo solo io, il libro e tutte queste pagine che trasudano alcol, soldi, delusioni e donne. Un racconto segue l’altro lasciandoti dentro un urlo di dispiacere misto a quel disgusto che, nello spazio di un “a capo”, viene trascinato via, completamente dimenticato. Allora puoi tirare un sospiro di sollievo e ridere con disprezzo del prossimo protagonista che non riesce neanche a stare in piedi per quanto ha bevuto. Coglione. Continuo e costante desiderio di bere. La mia tazza è ancora qui accanto a me, ma il liquido che contiene è sempre meno. Ho sete. Tanta sete. Smettetela di giudicarci, non siete migliori di me. E di Charles. Dobbiamo mandar giù tutta l’amarezza e lui è un maestro in questo: ci riesce a suon di gocce di follia. Ma Niente canzoni d’amore, per favore.
E poi i racconti sono brevi, ma non riesci a non lasciarti intrigare da questi personaggi che sembrano quasi costretti a comportarsi male da qualcosa di più forte che annienta tutta la bontà che hanno lasciato da qualche parte sotto un pacchetto di sigarette, nel passato prossimo. Continuo e costante desiderio di bere. La frustrazione è tanta: sono tutti racconti di sogni senza ali. Le cattive azioni sono il risultato della costrizione. Piccoli flash di qualche storia di alcuni uomini che sbagliano, senza calpestare troppo gli altri.
È come sbirciare nella vita di qualcuno dal buco della serratura. Allora inizi a capirli, questi uomini, ti vien voglia di brindare alla loro, ma la tazza è vuota, la rovesci cercando l’ultima goccia, ruvida e acre, amara e avvolgente, scura e confortante quando incontra la gola. Non ho più sete. Chiudo il libro e torno alla mia vita. Per farlo devo scrollarmi di dosso Buskoski e lavare quella tazza che profuma ancora di tè nero aromatizzato al rhum.

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