La Mosca – Almeno un milione di scale

Federica Ombrato e Chiara Tessiore sono le fondatrici del progetto teatrale “Teatro Chiaro d’ombra”, nato dall’intreccio dei loro nomi e, soprattutto, a seguito dello spettacolo “La Mosca – Almeno un milione di scale”, autoprodotto e autofinanziato nella rassegna “La riviera dei teatri” nel marzo del 2013.

Domenica 19 aprile le due attrici liguri sono giunte a Molfetta, presso il b&b letterario “Il Mulino di Amleto”, sede dell’associazione culturale Lib(e)rOfficina, presentandoci la Mosca amata da Montale che affronta i fantasmi e le voci delle amanti del poeta genovese.

Mosca (interpretata da Chiara Tessiore) compare sulla scena fischiando a tratti, ormai avanti con l’età, i capelli raccolti, gli occhiali spessi, lo sguardo tra il nostalgico e la serena consapevolezza di chi sa che a modo suo ha vinto. Ha vinto sulle altre, sugli innamoramenti esterni, sui versi dedicati ad amanti temporanee, sulla stessa felicità.

Una scala, alcuni cassetti pieni di fogli e poesie, una collana, alcuni abiti appesi, una lampadina e una vecchia radio  rappresentano la scenografia essenzialmente articolata dello spettacolo.

La prima a raggiungere Mosca, mentre ricorda il fischio per sempre l’avrebbe legata al poeta (marito fedifrago come tanti ce ne possono stare, ma con la particolarità di rendere eterni i “tradimenti”), è Volpe: all’anagrafe Maria Luisa Spaziani.

Si presenta sulla scena con tutta la vitalità della sua giovinezza, la stessa di cui ha fatto dono a Montale, con una forza quasi oltraggiosa ai danni di Mosca che tace, ma ben sa i versi che il marito ha donato a quell’energica “collega”, compagna di fresche giornate, durante le quali ha condiviso eterni gelati all’amarena e l’adrenalina di una passeggiata in tandem, quando il poeta non sapeva neppure andare in bici.

Altre donne restano nomi, voci, ricordi, evanescenze.  A un certo punto, mentre la radio va da sé, ecco apparire Arletta, la compagna di giochi di Montale, quella morta nella sua mente in modo da restare viva per l’eternità delle poesie a lei dedicate. A lei è legata, infatti, la casa dei doganieri. Arletta ha incarnato l’assenza, la donna dell’altrove e il bel ricordo. Mosca sempre evita risposte esplicite e dirette, si muove a raccogliere fogli rovesciati; si limita a ripetere versi non “suoi”, con quell’espressione tra l’annichilito e il consapevole.

Per ultima, la più provocante, quella che più ha accarezzato il sogno di una svolta esistenziale insieme a Montale: Clizia. Con l’accento straniero e la voce piena di rancore e rabbia, provoca con insistenza Mosca, la “X” delle lettere che il poeta ligure le aveva rivolto. Mosca imperterrita resta muta, tanto che Clizia si chiede se abbia mai avuto voce o se la disperazione che prova le impedisce di articolare parole.

Clizia è furiosa, come chiunque venga privato della possibilità di essere felice. Rimprovera con parole di collera Mosca, per non aver accettato il diritto alla felicità di quell’uomo che ha voluto legare a sé, per aver rovinato due vite, perché è stata così cieca da condannare tre esistenze, per aver sempre insinuato in lui l’ombra del suo già forte senso di responsabilità.

E ripetutamente le chiede come si sia sentita, finché Mosca – finalmente, direi! – parla, con lucida veemenza, con forte determinazione;  lei è la donna che ha accettato tutti gli innamoramenti di Montale, che gli è stata accanto comunque; di lei aveva necessità, le era indispensabile; soprattutto, avevano studiato un segno per l’eternità.

Una vita passata a braccetto, nonostante tutto. Abitudine, quotidiano, costante, affetto sono parole che fanno paura sostiene decisa Mosca, eppure lei le ha vissute con pienezza, sempre. Ma la felicità ha per lei un costo troppo alto, non fa per noi, dice.

Ogni amante (interpretata da Federica Ombrato) è stata introdotta da un brano di musica classica, tutti pezzi interpretati da Maria Callas, particolarmente gradita da Montale che, tra l’altro, fu anche critico musicale.

Così l’ Overture della Traviata, il Lago dei cigni, La vedova allegra, L’aria delle campanelle, Manon Lescaut accompagnano sulla scena le amanti del poeta.

Il messaggio finale non è triste, né ha il sapore amaro di una rinuncia, semplicemente è la scelta di chi ha saputo amare nonostante tutto, di chi ha resistito (perché forse anche in amore si resiste), di chi ha avuto fiducia in quel seno eterno studiato insieme, di chi – tuttavia – ritiene troppo alto il costo della felicità, tanto forse da non sentirsene diretta destinataria.

Uno spettacolo nato per caso ha sostenuto Chiara Tessiore, scritto a quattro mani con la nonna. Si era imbattuta nelle lettere scritte a Clizia da Montale e ha scoperto solo allora di amarlo, tanto da mettere in scena questo dialogo visionario che ha lasciato – a me, ma non solo – diversi interrogativi sull’amore, la felicità, anche la fedeltà e l’aspetto umano di ogni esistenza artistica, giacché tendiamo ad elevare i poeti (e  gli artisti in genere), dimenticando le loro manie quotidiane, le abitudini, i difetti.
Ottima l’interpretazione di entrambe le attrici: difficile quella della Mosca, per l’attenzione all’espressività e alla mimica facciale piuttosto che alle parole; complicata quella di Federica Ombrato che ha dovuto indossare i panni di donne tra loro molto diverse.

Una performance toccante e delicata che scava l’anima per interrogarla, che fa desiderare l’intensità di certe storie d’amore e al tempo stesso la leggera profondità di altre. Chissà se oggi ci sarebbero donne così nobili e uomini, in fondo, così grati che contano le scale scese insieme e gli anni regalati, credendo in un oltre senza tempo.

Sarà vero che dietro ogni grande uomo c’è (stata) una piccola Mosca.

 

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