“Un castello nel cuore”: Pamela Villoresi a Palazzo della Cancelleria a Roma

Poche parole per descrivere questa indimenticabile interpretazione del Castillo interior di Teresa d’Avila, andato in scena per il cinquecentenario della sua nascita (1515-1582), presso il Palazzo della Cancelleria a Roma.
La solennità dell’allestimento è incrementata dallo spazio entro cui è collocato: il rinascimentale Salone dei Cento Giorni, coperto dagli affreschi del Vasari, che intrecciano così il Siglo de Oro spagnolo con la nostra rinascenza italiana; ad esso corrisponde poi un secondo spazio concentrico, che trasporta direttamente il pubblico nella vera sede della scena: il diamante in fibre ottiche di cinque metri, con il quale Carlo Bernardini, rilegge in chiave contemporanea il testo teresiano: «Possiamo considerare la nostra anima come un castello fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel quale vi siano molte mansioni, come molte ve ne sono in cielo» (Castillo interior I, 1).
Si capisce subito allora che l’ambientazione non è tanto il palco, quanto l’anima; non uno spettacolo esteriore ma interiore, che esorta a quel raccoglimento con il quale già il più che mai moderno Agostino, ammoniva Francesco Petrarca: «Te tandem tibi restitue», «restituisci te a te stesso» (Secretum III, 206-208). Pamela Villoresi è la mediatrice di questa restituzione, impersonando magistralmente la santa di Avila in abiti monacali, ne riproduce la forte dimensione erotico-religiosa, mistica ed intima senza mai cedere ad una lettura sentimentalista o puramente emotiva; l’attrice è affiancata dal bravo Fabrizio Checcacci, che oltre a vestire i panni del confessore spirituale di Teresa, Girolamo Graciàn, si trova nel difficile ma assolutamente riuscito ruolo di Juan de la Cruz, l’altra grande fiamma spirituale del Carmelo che la monaca incrociò nel 1567 durante una riforma dell’ordine, definendolo il suo “piccolo Seneca”.
Una delle scene più belle è proprio l’estasi della santa, accompagnata nel suo crescendo dalla voce di Juan de la Cruz, quasi estasi corale; qui Michele Di Martino (autore del bellissimo testo che da il titolo allo spettacolo) e Maurizio Panici (regia), ridonano originaria potenza al Cantico espiritual e alla Noche oscura de l’alma (non a caso la scena si svolge tutta tra penombra e oscurità) forgiando un melodioso cristallo linguistico che vede compresenti lo spagnolo, l’ebraico del Cantico biblico e l’italiano della Villoresi. L’attrice, è di nuovo la guida per la sesta dimora del Castello:

È oscura questa notte e sono sola, / sono sola in questa densa oscurità, / e nulla vedo, nulla riesco a immaginare.» grida una Teresa asciutta ma al contempo viscerale, «Quale sorte si cela in questa notte, / qual è la via segreta per sperare, se io qui sono sola e sono viva, / in questa nuda e nera immensità / che è senso e misura del mio nulla?

Risuonano qui, oltre l’eco di un’intera tradizione (dai Salmi a Pascal, da Leopardi a Ungaretti fino a Quasimodo) le nostre urla, i nostri bisogni, le nostre speranze; vibrazioni e stridori, di una contemporaneità lacerata, dispersa, che stasera interroga un testo della più alta letteratura.
È un grido amorevole nato dal silenzio, da una clausura che abbiamo smarrito a favore dello stordimento, e che si crea in un’ora e mezza di assorbimento totale dove tutto è volto a ri-congiungersi al dentro, alla sorgente: «mangia per me, Teresa, dormi per me, / tutto quello che fai fallo per me, come se io vivessi dentro di te»; sorgente liquida, refrigerio che ci vede tornare onde quiete nello «gran mar de l’essere» (Dante, Par. I, v. 113): «È come pioggia che viene giù dal cielo, cade libera in un fiume o in una fonte: / […] Tutto diviene acqua, tutto è unito! / […]. La tua luce penetra dal centro, / pervade la mia anima, la avvolge, / illumina il castello dal di dentro.».
A questo punto nella sala è silenzio e solo il suono di gocce d’acqua, una Villoresi marmorea si distende portando lo sguardo verso l’alto con occhi commossi fino a che è solo l’amore a penetrare l’uomo, trafigge il diamante vivente in un sussurro:

Ti vedo, […], / il volto ardente, fiorito di colori, / e stringi in una mano un dardo d’oro, / con in punta una scintilla che lo incendia. / Entra nel mio petto, in questo corpo, / colpisci quest’anima, il suo cuore, / Vengo incontro a Te, io sono pronta.

Non più come nella notte di Gerusalemme: «Spinge egli il ferro nel bel sen di punta / che vi s’immerge e’l sangue avido beve» (Gerusalemme liberata XII, 64) , non come nella notte del nostro ventunesimo secolo: «Guerra e morte avrai» […], «io non rifiuto darlati, se la cerchi» » (XII, 53).

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