Il caso di Hodor: «Vi sfido a singolar traduzione»

Se ognuno di noi, nel tempo libero, è in grado di gustarsi gli episodi delle proprie serie tv preferite,  certo, deve molto al genio creativo degli sceneggiatori, all’eccellenza narrativa degli storytellers, alle grandi capacità attoriali dei volti noti del piccolo e grande schermo; ma c’è un’altra figura a cui tutti dobbiamo molto, una figura a tratti misteriosa, che agisce nell’ombra; una figura senza la quale nessuno di noi potrebbe capire di cosa stiano parlando i personaggi  sullo schermo e, di conseguenza, comprendere l’intero sviluppo delle loro vicende.  La figura è ovviamente quella del traduttore, che col proprio indispensabile lavoro di traduzione, sottotitolaggio e adattamento, riesce a restituirci la bellezza dell’episodio originale nella nostra lingua madre.

Game of Thrones ha stregato negli ultimi anni non solo gli appassionati di saghe fantasy, intrighi politici e ambientazioni d’altri tempi, ma anche i traduttori di ogni età, perché rivela un universo in cui, tanto per iniziare, esistono lingue che nella realtà non esistono.
Così come J.R.R. Tolkien, linguista, scrittore e autore de Il Signore degli Anelli, aveva inserito nella sua opera principale lingue artificiali di sua invenzione, anche G.R.R. Martin, autore della saga di Game of Thrones, ha pensato di inserire lingue nell’universo di Westeros le quali, ahimè, non esistono nel mondo reale.
Appassionati di lingue, traduttori e linguisti si sono trovati davanti a nuove sfide: come rendere la parlata, ad esempio, Dothraki, la lingua parlata dai cavalieri dei kahlazar? Come far parlare questi guerrieri nella nostra versione? Come nominare oggetti, piante, animali che esistono in quella realtà se nella nostra non esistono nemmeno? Quali elementi tradurre e quali no? Cosa sacrificare della frase originale e cosa tenere?
Insomma, tradurre le serie tv può rivelarsi un’ardua impresa, anche perché le immagini stesse, spesso spettacolari, agiscono però come una gabbia, come una forte limitazione. Se nella traduzione letteraria si può fare affidamento all’ambiguità e alla soggettività dell’immaginazione, dalla traduzione audiovisiva non si scappa. Sono le immagini che ci corrono davanti agli occhi a ricordarcelo, contesto perenne a cui fare riferimento.

A proposito di ardue imprese, proprio la settimana scorsa il web è impazzito non solo per via di un episodio particolarmente denso della saga di Game of Thrones, che come al solito ha lasciato tutti a bocca aperta, ma anche per la presenza, sul finale, di un vero e proprio dilemma traduttologico.

– Avviso che da questo punto in avanti pioveranno spoiler, quindi, amiche e amici fan di Game of Thrones, se decidete di proseguire nella lettura di questo articolo, prego non vogliatemene. Stay or leave, a vostra discrezione –

In sintesi:  durante l’episodio si scopre che il personaggio di Hodor, che per sei stagioni ha interagito col mondo pronunciando solo il suo stesso nome, ha una singolare storia alle spalle e si riesce a comprendere, finalmente, l’origine del suo nome, derivante dalla frase “Hold the door”.
Traduttori professionisti e non, freelance e studenti alle prime armi si sono cimentati nel far sì che quell’ “Hold the door”, mediante l’elisione di vocali e consonanti, diventasse, negli spasmi che accompagnano la morte del personaggio, il nome “Hodor”.

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Gli amanti del “ti piace vincere facile” hanno subito pensato di risolvere la questione cambiando nome al personaggio e per trovarne uno che si adattasse meglio alle diverse lingue. Scartata questa possibilità, la puntata in lingua inglese e sottotitolata in italiano risolveva il tutto traducendo la frase con “Tengo duro”. Hodor, sofferente, si mangia le parole, le lima, le smussa fino a ricavare il suo stesso nome. Funziona, foneticamente parlando. I suoni mi convincono, anche provando a ripeterli.
Nella versione doppiata, invece si è optato per qualcosa di diverso. La frase di partenza dalla quale si otterrebbe il nome Hodor è “Trova un modo”. Anche in questo caso, Hodor vaneggia, straparla, fagocita lettere fino a farle cadere. Sì, si arriva a Hodor, ma i suoni mi sembrano forzati, senza contare che né nel primo esempio né nel secondo viene menzionata la porta che, in inglese, ha un ruolo focale nella frase. Personalmente, benché capisca perfettamente le analisi alla base delle scelte traduttologiche, devo riconoscere che nessuna delle due soluzioni mi soddisfa appieno.
Nel primo caso si effettua una sostituzione con “Hold on” che, in effetti, è proprio “Tengo duro”, nel secondo caso si perde di vista il fatto che il “trovare un modo” sia connesso con lo sbarrare la porta, che viene citata due battute più sopra. Ovviamente a mia volta mi sono cimentata nella prova, trovando, alla fine, come soluzione possibile la traduzione di “Hold the door” in “Difendi il corridoio”, cercando di salvare il concetto di passaggio, di ostruzione e arrivando lo stesso al nome Hodor.

Ad ogni modo, dietro una singola scena, è evidente, si nasconde un intero mondo, fatto di rompicapo, di sfide, di notti insonni e di sforzi che hanno in comune la volontà di rendere una scena, una frase, un testo scritto o orale, genuino e autentico nella nostra lingua. Dietro ogni cosa bella, letta o vista, c’è sempre un traduttore che cerca di fare in modo che quella bellezza non svanisca. Sono certa che, dopo questa breve dimostrazione, non guarderete più le serie tv nello stesso modo; forse le guarderete anche voi con gli occhi di chi traduce.

Laura Fontanella

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