Vacanze a Londra – Parte III

L’estate sta inesorabilmente scivolando via, ma le vacanze a Londra di Lost in translations proseguono per quest’ultima puntata settembrina (se vi siete persi la prima e la seconda, cliccate qui e qui); la bassa stagione, infatti, è ancora in pieno svolgimento, e molti si stanno concedendo solo adesso le vacanze che, per vari motivi, sono state rimandate in coda all’estate. Lasciamo allora che “Vacanze a Londra” distribuisca qualche piccola perla di saggezza anche a loro, dopodiché tiriamo tutti un bel respiro e rassegniamoci all’idea di incellofanare di nuovo le valigie e stiparle nel fondo polveroso di qualche armadio, magari con i costumi da bagno già dentro, così si risparmia tempo…

Suvvia, asciugatevi la lacrimuccia. Per oggi, cari nostalgici dei bei tempi di agosto, siamo ancora in vacanza, e più precisamente a casa della Regina Elisabetta, che proprio qualche giorno fa, il 9 settembre, ha battuto il record prima detenuto dalla Regina Vittoria: la bisnonna del principino George è ufficialmente la sovrana britannica più longeva della storia; il regno di Elisabetta II, infatti, dura da 63 anni abbondanti, con buona pace del principe Carlo, che i 63 anni li ha superati da un pezzo, ma solo di età.

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Ora che ci siamo immersi nell’atmosfera regale di Londra e dintorni, passiamo ai suggerimenti di questa puntata: stavolta ci occuperemo di identificare alcuni luoghi, come per esempio i negozi, che ci potrebbe capitare di frequentare durante il nostro soggiorno.

Bakery. Il pane, si sa, è alimento indispensabile per molti; che vogliate acquistare un panino, farcirvelo e poi tirarlo fuori mentre assistere al cambio della guardia davanti a Buckingham Palace, o magari riservarvelo per cena dopo una lunga giornata da turista, il posto in cui comprarlo è la bakery, che è, appunto, una panetteria.

Piccola curiosità: la celebre Baker Street, ovvero la strada in cui è domiciliato lo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, altro non è che la “strada del panettiere”, e se ve lo state domandando, sì, esiste davvero.

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Butcher’s shop (o butcher’s). Nel caso di molti shop (ovvero “negozi”) britannici, la denominazione completa è quella che vede la presenza del genitivo sassone, cioè la esse preceduta dall’apostrofo, che introduce il complemento di specificazione, più il sostantivo shop: letteralmente, the butcher’s shop, “il negozio del macellaio” (si tenga presente che spesso, nelle insegne, l’apostrofo viene eliminato).

Nell’inglese colloquiale, è corretto anche dire o scrivere semplicemente butcher’s, sottintendendo shop; se vogliamo comunicare che stiamo andando dal macellaio, è sufficiente dire: “I’m going to the butcher’s”. Ecco spiegato, allora, il nome di molti locali, sia britannici che americani, che in numerosi film e telefilm hanno fatto alzare un sopracciglio agli spettatori: nomi da pub come Luke’s, Dave’s e così via, sono traducibili in italiano con “Da Luke”, “Da Dave” eccetera.

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Chemist’s. Anche se siete in vacanza, tra la temperatura più rigida e la mitica pioggia londinese, potrebbe capitarvi la sventura di beccarvi un raffreddore e doverlo curare. Se disgraziatamente siete sprovvisti di medicine, o se ancora più disgraziatamente ve le hanno smarrite in aeroporto, la vostra salvezza risiede nel chemist’s shop. Niente paura, nonostante il nome possa farvi pensare al misterioso laboratorio di un chimico, esso non è che la classica farmacia.

Newsagent’s. Mangiato il panino, comprato un hamburger e passato il mal di testa, potrebbe saltarvi lo schiribizzo di acquistare dei giornali; il posto in cui trovarne in abbondanza è il newsagent’s, nient’altro che l’edicola nostrana. Il nome che all’inizio può sembrare un po’ ostico, se suddiviso nei suoi componenti originari, assume perfettamente senso: news + agent, infatti, potrebbe essere tradotto con “rappresentante di notizie”; quale migliore definizione per un venditore di giornali?

Grocer’s. Solitamente lungi dall’essere grosso, il grocer’s è il classico negozio di alimentari, che molti dizionari traducono con “drogheria”, termine che ha probabilmente ispirato pensieri confusi in diversi bambini italiani.

Monger e co. Il suffisso monger, traducibile semplicemente con “venditore”, è presente in alcuni composti come, per esempio, ironmonger, letteralmente “venditore di ferro” (insomma, il “ferramenta” italiano); un altro composto con monger è fishmonger, che, va da sé, è il negozio di un pescivendolo.

Library e bookshop. Con un pizzico di sorpresa, scoprirete che è impossibile comprare un libro in una library. Ebbene sì, questo termine che tanto assomiglia all’italiano “libreria” è, nei fatti, uno di quelli che si definiscono false friend. Questi “falsi amici” del lessico sono parole del tutto simili ad alcune di un’altra lingua, ma dotate di un significato completamente diverso, talvolta addirittura opposto. La library, dunque, non è una libreria ma una biblioteca; per il negozio in cui acquistare libri, dovrete chiedere di un bookshop.

Factory. Se nel bel mezzo della città scorgeste un’indicazione che porta a una factory, non crediate che qualcuno si sia costruito un’oasi londinese con capre e galline nel bel mezzo di Piccadilly Circus; esattamente come la library, infatti, anche la factory è un false friend.

Tutto il contrario della bucolica fattoria (in inglese farm), la factory è una fabbrica; ed ecco che pascoli verdi svaniscono nel fumo delle ciminiere.

Film e cinema. Se in una giornata particolarmente piovosa aveste voglia di rifugiarvi in un cinema, potete stare tranquilli: nel Regno Unito, il cinema è il cinema, senza trabocchetti annessi. Ma occhio a parlare di film e non di movie, perché nonostante questo termine sembri molto inglese e ci venga proposto spesso in prodotti stranieri di ogni tipo, movie è la variante prettamente americana del britannico film.

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Stationer’s. Ultima tappa della nostra panoramica dei negozi di Londra e dintorni, lo stationer’s shop… no, non vi troverete alcun treno, a meno che non sia capitato un incidente davvero mostruoso.

Nello stationer’s, infatti, è molto più normale trovare quaderni che binari, dato che si tratta di una cartoleria; se aveste bisogno di una penna, sapete dove recarvi.

Salutare da Londra.

Nonostante social network ormai diffusissimi come Facebook e Twitter ci permettano di pubblicare migliaia di foto per documentare le nostre vacanze, nulla batte il fascino intimo e poetico di una bella cartolina; dunque rompete gli indugi e procuratevene una scorta. Nella foto che ritrae un gigantesco Big Ben non comparirete anche voi, è vero, ma ritrovarsi nella cassetta della posta una bella cartolina è una piccola emozione che batte di gran lunga la comparsa di infinite foto su Facebook.

Scelta con cura la cartolina più bella, non resta che scrivervi poche righe significative, e visto che per qualche giorno (magari parecchi giorni, per i più fortunati) avete girovagato per il Regno di Sua Maestà, è legittimo buttare lì due o tre parole che vi conferiscano un fascino tutto British.

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Dear, ovvero “caro”, è il modo in cui si indirizza qualsiasi tipo di lettera in inglese, persino scambi epistolari, siano essi cartacei o elettronici, di natura seria e ufficiale; pertanto non potete sbagliarvi: la vostra cartolina comincerà con “Dear…”. E dopo qualche frase in italiano, virate di nuovo verso l’inglese per la conclusione, affidandovi a un classico “Yours sincerely” (“sinceramente tuo/vostro”); quanto siate sinceri nell’augurare buone cose al destinatario riguarda solo la vostra coscienza.

Mentre voi vi ingegnate per scrivere frasi diverse in ciascuna delle cartoline che dovete spedire, vi saluto anch’io, concludendo ufficialmente questa serie di “Vacanze a Londra” e dandovi appuntamento per le prossime puntate della rubrica Lost in translations, con argomenti tutti nuovi per cominciare alla grande questo nuovo anno.

Yours (davvero) sincerely,

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