“Che cos’è il contemporaneo?” – Giorgio Agamben

«È davvero contemporaneo chi non coincide perfettamente col suo tempo né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo». Così parlò Giorgio Agamben in apertura di questo libello edito da Nottetempo, per la collana I sassi, ognuno dei quali, a differenza dei più voluminosi Gransassi, consta di 30 pagine e costa 3 euro. Che cos’è il contemporaneo?, dunque, più che un saggio, lo direi un “assaggio”. Un assaggio di filosofia teoretica tratto da un seminario all’Università di Venezia.

«La contemporaneità è una singolare relazione che aderisce al proprio tempo e, insieme, ne prende le distanze». Il riferimento d’obbligo, che non tarda a venire, è alle Considerazioni inattuali di Nietzsche, per il quale per capire il proprio tempo occorre porsi in un’ottica sfalsata rispetto ad esso. Viceversa: «Coloro che coincidono troppo pienamente con la loro epoca, combaciando perfettamente con essa in ogni punto, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla». Per esperire la contemporaneità è invece necessario quello scarto che consente di scorgere l’ineffabile (tipico tema teoretico), sicché «contemporaneo è chi riceve in pieno viso il fascio di tenebra proveniente dal suo tempo».

Con un paragone assai felice, Agamben ricorre all’immagine del firmamento che vediamo di notte, in cui «le stelle risplendono circondate da una fitta tenebra». Come spiegare l’assenza di luce intorno alle stelle, e dunque il buio del cielo, se nell’universo vi è un numero infinito di galassie e di corpi luminosi? Secondo l’astrofisica, nell’universo in espansione le galassie più remote si allontanano da noi a una velocità così elevata che la loro stessa luce non riesce a raggiungerci. Metafora, questa, che illustra l’idea pregnante del discorso: al pari dell’inesitabile luce («che, senza poterci mai raggiungere, è perennemente in viaggio verso di noi»), anche «il nostro tempo, il presente, non soltanto è il più lontano, ma non può in nessun caso raggiungerci».

Essere contemporanei, dunque, significa essere in grado di percepire il buio del presente. Ma percepire il buio, come dimostrato dalla neurofisiologia della visione, non è una semplice non-visione, una forma d’inerzia o di passività; al contrario: si tratta di una particolare attività delle off-cells prodotte dalla retina. Ciò vuol dire che riuscire a vedere il proprio tempo non è qualcosa di scontato, ma è il frutto di un’operazione filosofica. Non a caso, un altro punto dell’“assaggio” verte sulla relazione del contemporaneo con l’arcaico e con l’arché, un concetto che in filosofia non designa solo l’origine, ma anche ciò che continua ad agire nel presente: «come l’embrione continua ad agire nei tessuti dell’organismo maturo e il bambino nella vita psichica dell’adulto».

Personalmente, ho trovato questa dissertazione di grande fascino e interesse: non solo metafisica e ontologia, ma anche filosofia della scienza ed epistemologia sono qui oggetto di considerazioni teoretiche. L’esposizione mi ha inoltre fatto pensare all’antropologia filosofica, che esamina l’uomo in quanto ente relazionale che non può mai esser valutato singolarmente, in modo isolato rispetto ad altri uomini e altre cose; e tuttavia, per l’antropologia filosofica l’uomo è anche dotato di una sorta di meta-facoltà o tendenza che gli permette di cogliere la sua distanza di fondo che lo separa dalle cose.

Poscritto: questa chiave di lettura mi è stata suggerita dalla recensione de Il barone rampante, nella quale si legge che: «Siamo abituati a guardarci intorno e avere tutto a portata d’occhio. Si tratta, però, di una mera impressione: difficile, per noi, cogliere alcuni particolari che ci aiuterebbero a svelare il senso delle cose o a comprendere meglio il carattere di chi ci circonda. […] Cosimo rappresenta chi non riesce a vivere tra la gente, ma, allo stesso tempo, non sa allontanarsi definitivamente: e allora la distanza terra-ramo dell’albero è un modo perfetto per […] non stare nel mondo falso degli uomini, ma allo stesso tempo di osservarlo e studiarlo». Che il barone Cosimo di Rondò sia un contemporaneo?

Andrea Corona

Giorgio Agamben, Che cos’è il contemporaneo?, Nottetempo, I sassi, Roma 2008, 28 pp., 3 euro

5 commenti a ““Che cos’è il contemporaneo?” – Giorgio Agamben”

  1. Angela Liuzzi says:

    Andrea, i miei complimenti per questa recensione, densa di ‘virtuosismi filosofici’, come li definirei io, ma chiari e affatto pesanti! Grazie per le tue parole e per il riferimento all’amato Calvino! (:

  2. Susanna De Candia says:

    Anche per me vale il ringraziamento per la citazione a Calvino, inoltre la recensione è molto fluida e la scelta del testo è più che attuale!

  3. Angela Pansini says:

    Andrea Corona è tutto un altro pianeta! Invidio i filosofi, camminano su un piano a me sconosciuto e irraggiungibile.

  4. fb_avatar Andrea Corona says:

    Grazie mille a tutte voi! Sono molto felice che la recensione vi sia piaciuta!
    @Angela Pansini: il fatto che tu non possa mai raggiungermi – direbbe Agamben – significa che sei perennemente in viaggio verso di me! :D
    Scherzi a parte, ti ringrazio di cuore. E poi sai bene che la stima è reciproca ;-)

  5. Angela Pansini says:

    @Andrea Corona: su Facebook si direbbe “Mi piace questo elemento”! :)

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