“Il cambiamento” – Wayne W. Dyer

 dyerNegli Stati Uniti, si sa, abbondano psicologi e predicatori religiosi che vanno in giro a tenere gremitissime conferenze e che sfornano, uno dopo l’altro, libri da milioni di copie vendute. In essi, come nei manuali di bricolage o di aeromodellismo, si spiega alle masse come essere felici, come raggiungere l’appagamento sessuale o come diventare illuminati in 10 tappe. Gli Americani vanno pazzi per le liste di istruzioni, perché pensano che tutto dipenda da una “tecnica”. In genere, dunque, sono molto scettico verso questo tipo di pubblicazioni, che chiamerei libri “USA-&-getta”. A volte, tuttavia, ho dovuto ricredermi: alcuni (pochi) di questi testi sono molto belli, e talora anche profondi. Ad esempio, Per diventare uomini di Robert Bly non è poi tanto male, per non parlare dei libri di David Loy, Rollo May o Tony Parsons. Così, mi sono avvicinato senza preconcetti al libro di Wayne Dyer, confidando nel fatto che non potesse essere proprio una bufala, dato che Corbaccio, fino a prova contraria, è un editore serio, che ha pubblicato in Italia anche alcuni saggi di Jon Kabat-Zinn.

Il cambiamento, ahimè, non merita tuttavia belle parole. Il libro (titolo originale: The Shift) è uno spot all’omonimo film, un documentario (sulla cui sincerità, guardando il trailer, sorge più di un dubbio) girato durante un soggiorno in un resort della California. Qui Dyer, dopo aver insegnato il Tao Te Ching (ma in chiave evangelica, attenzione) a un gruppo di avidi uomini d’affari, li porta con successo al cambiamento, persuadendoli a firmare pingui assegni alla “Casa della Speranza e della Promessa”. Dyer, infatti, insiste enormemente sulla virtù cardinale della carità (che in realtà è una virtù teologale), fregiandosi di fare opera di bene, sull’esempio di Madre Teresa, allorquando regala copie dei suoi libri o elargisce generose mance agli inservienti degli alberghi (paragone, questo, che lascia francamente perplessi).

Nel libro, inoltre, Dyer parla dell’esperienza prodigiosa grazie alla quale superò di colpo il suo alcolismo: una notte, mentre era in camera da letto, da solo e con le finestre chiuse, sentì una brezza, mentre una voce gli disse che non avrebbe più bevuto. Su quest’episodio, egli ha elaborato la teoria del quantum moment, evento le cui qualità sono qualcosa di Sorprendente!, Intenso!, Benefico! e Durevole!. Dyer riporta sempre il punto esclamativo alla fine di questi aggettivi, perché «quando lo Spirito chiama crea un punto esclamativo per enfatizzare il suo intervento». Un quantum moment, cioè, può capovolgere la vita con un’inversione a U, cambiandone in positivo prospettiva e valori: migliaia di persone, infatti, sono passate dall’Ambizione di avere alla Consapevolezza di essere, ovvero dall’Ambizione al Significato, abbandonando l’ego per unirsi a Dio.

 Mi sono sforzato il più possibile di prendere sul serio quest’autore, ma non è facile confidare in un autodidatta che, avvicinatosi alla spiritualità vent’anni fa, dice di aver avuto per maestro Nisargadatta Maharaj (che, a quanto mi risulta, è morto da trent’anni). Il suo libro, poi, mi è parso a tratti un fraintendimento di Avere o essere? di Erich Fromm (citazioni di Albert Schweitzer incluse). Non ho potuto fare a meno di notare, infine, come egli confonda clamorosamente l’egoità con l’egoismo. Dyer parla di abbandono dell’ego e di unione mistica con il Tutto, ma la decostruzione dell’io è cosa assai più complessa del non-attaccamento (ai beni materiali) e della generosità (economica), e il passaggio da un ambizioso egoismo a un’altruistica filantropia non risolve di certo ogni problema. Insomma, i conferenzieri come Wayne Dyer, autentiche celebrità televisive in America, non sono così diversi da Jerry Falwell, Oral Roberts o Jimmy Swaggart, i telepredicatori evangelisti messi alla berlina nei dischi di Frank Zappa.

 Andrea Corona

Wayne W. Dyer, Il cambiamento [2010], Corbaccio, Milano 2011, 153 pp., 12,90 euro

 

4 commenti a ““Il cambiamento” – Wayne W. Dyer”

  1. Angela Liuzzi says:

    Caro Andrea, come non credere alla bontà del tuo giudizio? Hai efficacemente argomentato ogni tuo appunto al saggio di Dyer, spiegando quali sono gli elementi che hanno alimentato il tuo scetticismo.
    I miei complimenti per questa recensione esaustiva e ironica, che, ad ogni modo, lascia libertà al lettore di decidere se parteggiare per te (intendo per il tuo punto di vista) o per ‘Il cambiamento’ (e le pubblicazioni ad esso affini).

  2. fb_avatar Andrea Corona says:

    Angela, ti sono grato per il commento. Sei gentile come sempre e mi offri anche la possibilità di aggiungere alcune considerazioni supplementari:

    Non è sempre facile distinguere la letteratura spirituale di qualità dalla paraletteratura fai-da-te (che mischia considerazioni legate alle antiche tradizioni soteriologiche orientali a una miriade di altri orientamenti, sfociando in una serie di valutazioni spesso assai personali e soggettive).

    Nella fattispecie, talune argomentazioni di Dyer potrebbero anche rientrare all’interno di rivisitazioni e teorizzazioni personali senza costituire dei veri e propri errori (devo dire di aver trovato la sua scrittura poco chiara). Chissà, forse la carità potrebbe essere da lui intesa virtù ‘cardinale’ nel senso di un principio cardine della sua teoria. E anche la sua frase “come diceva il mio maestro Nisargadatta” potrebbe forse alludere semplicemente alla figura di Nisargadatta come maestro di vita, che lo ha educato e indottrinato grazie agli insegnamenti dei suoi libri (e dunque non sarebbe un errore). Altri punti poco chiari – almeno per me – sono poi stati i riferimenti al film: il film “The Shift” è frutto di finzione, e ciò non lo si è mai negato o nascosto, ma appunto per questo non capisco perché alcune parti del libro sembrano riferirsi agli accadimenti del film come fossero eventi reali.

    Nel complesso, non ritengo tuttavia plausibili le argomentazioni di Wayne Dyer, il quale, benché goda di un enorme successo di pubblico in molti Paesi per via dei suoi messaggi comunque positivi, sembra persuaso che sia possibile combattere l’ego con la forza di volontà, almeno a giudicare da frasi, ricorrenti nel libro, del tipo “a volte prenderei il mio ego, lo chiuderei in una valigia e mi ci siederei sopra”. È evidente che il soggetto di queste azioni, di questi pensieri e di questi desideri sia sempre l’ego e che qui ciò che viene messo in questione non è lo stato egoico, ma solo l’egoismo (come si evince anche dal prosieguo di queste affermazioni). Altre frasi di Dyer, poi, sembrano alludere alla convinzione che l’autostima non derivi da ciò che ci vien detto da piccoli, o persino alla convinzione che un milione di anni fa non esistessero gli uomini ma i dinosauri.

    Non so, personalmente non gradisco le argomentazioni di Dyer del tipo “I 7 passi per l’inversione a U” o “I 10 segreti per il successo e l’armonia”. Spero di scambiare opinioni con altre persone che hanno letto questo libro :-)

  3. fb_avatar Andrea Corona says:

    Ah, quasi dimenticavo: il riferimento finale alla canzone di Frank Zappa non vuole manifestare un desiderio di dileggio da parte mia (non mi piacciono i giudizi acidi e denigratôri), ma è dovuto alla tendenza di Dyer a firmarsi sempre “Dr. Wayne Dyer” (persino in calce all’Introduzione del suo libro; ma si pensi anche il suo sito personale http://www.DrWayneDyer.com). Ciò mi ha ricordato “Dr.” Oral Roberts, un personaggio televisivo come quei Jerry Falwell e Jimmy Swaggart, ma anche Pat Robertson o Jm & Tammy Bakker, che a forza di ‘prediche’ sono diventati presenze fisse nelle radio e nelle tv americane – proprio come Dyer.

    Concludo: anche ai suoi livelli più elevati, la letteratura spirituale è solitamente a-sistematica e colloquiale, in quanto molti testi sono trascrizioni di conferenze che non furono concepite per diventare libri (Osho, Krishnamurti o Nisargadatta non battevano di certo i loro libri a macchina, e poi gran parte delle loro conferenze è stata pubblicata postuma).
    Il mio consiglio ai neofiti è di non leggere subito autori americani (come Robert Bly) o britannici (come Ronald Laing), perché il rischio è di imbattersi in tesi un po’ sui generis (per la cronaca: a me piacciono questi autori, ma credo sia più opportuno iniziare ad avvicinarsi a questi temi attraverso le letture di altri autori, come Jiddu Krishnamurti, o anche come Alan Watts, Arnaud Desjardins, Thich Nhat Hanh, Shunryo Suzuki, Charlotte Joko Beck o Daisetz Teitaro Suzuki, sempre chiarissimo nelle sue esposizioni).

  4. enrico says:

    Penso che il libro sia molto bello. Certamente i suoi pensieri e convinzioni predicano pace e amore e riscaldano il cuore…io non ho una cultura tale da poter giudicare…ma l’amore ho si sente oppure no…

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