Un saggio che avevo intenzione di leggere già nel 2000, ma che poi è finito nel dimenticatoio. Fino a due mesi fa, quando, su questo stesso sito, si è parlato di David Foster Wallace come di «una specie di letterato rinascimentale che si interessa di un mucchio di cose», e lo si è fatto in occasione della recensione di Tutto e di più. Storia compatta dell’∞. Ebbene, la lettura di quella recensione è stata decisiva a spingermi all’acquisto e allo studio del presente saggio.
Le due culture, riportato in libreria nel 2005 (Ed. Marsilio) in occasione del centenario della nascita del suo autore, Sir Charles Percy Snow, anch’egli sorta di letterato rinascimentale. Professore di fisica a Cambridge, Snow fu anche autore di due saggi e undici romanzi sui rapporti tra scienza, istruzione e società. Non a caso, dopo l’attività di insegnante, Snow divenne funzionario governativo per i problemi della cultura e dell’istruzione.
E in un tale contesto si situa anche The Two Cultures: «Il numero 2 è un numero molto pericoloso. Bisogna considerare con molto sospetto i tentativi di dividere ogni cosa in due». A subire questa divisione è la cultura, scissa in due tronconi: ad un polo troviamo la cultura umanistica (che nel saggio viene definita «letteraria»), e al polo opposto quella scientifica, che formano, denuncia Snow, due mondi inconciliabili.
Inconciliabili perché, stando alle ricerche, ma anche alle testimonianze dirette dell’autore, gli scienziati, che prediligono una visione più oggettiva del mondo e della natura, tendono a snobbare le discipline umanistiche e in particolar modo la letteratura. E tuttavia vengono ripagati con la stessa moneta, dato che l’atteggiamento dei letterati non è meno ostile nei loro confronti: la cultura a-scientifica, infatti, tende a trasformarsi, molto più spesso e più facilmente di quanto non siamo abituati ad ammettere, in anti-scientifica.
«Trent’anni fa le due culture non si rivolgevano la parola, ma almeno si sorridevano freddamente. Ora la cortesia è venuta meno, e si fanno le boccacce». Queste parole rimandano direttamente ai resoconti dei simposi cui presenziava Snow, il quale, conoscendo molto bene entrambi gli ambienti – quello scientifico e quello letterario – ci parla con cognizione di causa. Molti scienziati interpellati consideravano una perdita di tempo leggere Dickens; e il discorso non è diverso per gli esponenti della cultura tradizionale.
A questi, che dichiaravano di non poter credere che gli scienziati fossero così privi di cultura letteraria, Snow chiedeva di illustrargli la seconda legge della termodinamica (la legge fisica che definisce i rapporti tra calore e lavoro), facendo presente che «una tale domanda era pressappoco l’equivalente scientifico di: Avete letto un’opera di Shakespeare?». E domande ancora più semplici, come cosa si intende per massa o accelerazione («equivalente scientifico di: Sapete leggere l’alfabeto?») erano pure destinate a rimanere senza risposta, quando rivolte ai letterati, i quali ne capivano quanto i loro antenati dell’età neolitica.
Snow, inoltre, fa presente che anche tra gli studenti è possibile ravvisare questa stessa ostilità: i giovani scienziati sentono di far parte di una cultura in ascesa, così da guardare dall’alto in basso gli studenti delle materie umanistiche, considerati portavoce di una cultura desueta; ma si tratta anche del fatto che i giovani scienziati sanno che con una laurea mediocre otterranno un posto (e una paga) migliore rispetto ai loro coetanei e colleghi di Lettere, di Storia o di Filosofia, i quali, anche con una laurea conseguita a pieni voti, saranno fortunati se guadagneranno i due terzi del loro stipendio.
Quanto alla parte conclusiva del saggio (intitolata I ricchi e i poveri), Snow mostra come questa frattura culturale non sia solo un fenomeno inglese, ma un fenomeno che si estende a tutto il mondo occidentale, che crede ciecamente nella specializzazione culturale, e più profondamente di qualsiasi paese orientale. Il punto è che in Occidente si tende a rafforzare la cristallizzazione delle forme sociali quanto più si vengono a rafforzare le diseguaglianze economiche, con un parallelo danno alla cultura. In altri termini: «una volta creatasi una frattura culturale, tutte le forze sociali operano a renderla non meno, ma più rigida». Snow lancia un appello per un’inversione di tendenza, asserendo che «Non vi sono attenuanti per l’uomo occidentale che non vuole rendersi conto che questa è l’unica via per sfuggire alle minacce che incombono sul nostro cammino: il sovrappopolamento e le distanze fra ricchi e poveri».
Davvero profetica è l’analisi socio-economica e socio-politica di Snow: «È tecnicamente possibile realizzare la rivoluzione scientifica in India, nell’Asia sud-orientale, nell’America Latina e nel Medio Oriente entro cinquant’anni». E sembra proprio di leggere un attuale saggio di Federico Rampini (autore di L’impero di Cindia e di altri pregevolissimi lavori) quando Snow aggiunge che un paese come l’India, ad una prima fase di dipendenza dagli aiuti stranieri, raggiungerà nel giro di pochi decenni «un programma educativo completo come quello cinese, che in dieci anni ha prodotto una così profonda trasformazione delle sue università e ha portato a costruirne così tante nuove, che essi ora possono fare del tutto a meno di scienziati e ingegneri fatti venire dall’estero».
Dunque, la frattura tra le due culture affonda le sue radici sia nel funzionamento della nostra struttura sociale e sia nel nostro sistema educativo («è doveroso per noi e per gli americani e per l’intero Occidente guardare con occhi nuovi al nostro sistema educativo»). Tenendo a mente che «coloro che trascurano una delle due culture non sanno quello che si perdono», Snow ribadisce che «c’è una sola via per uscire da questa situazione: e naturalmente passa attraverso un ripensamento del nostro sistema educativo».
Andrea Corona
Charles Snow, Le due culture [1959], Marsilio, I libri di Reset, Venezia 2005, 140 pp., 8,50 euro















