Ora e sempre resistenza

«Chi la dura la vince!» non sarà solo un luogo comune, ma una piccola verità: nella vita la liberazione è il punto d’arrivo di un percorso di resistenza. Nella Storia è un nuovo inizio, nonostante non abbia insegnato abbastanza: due conflitti mondiali e sono ancora tanti – troppi – i focolai accesi su tutto il pianeta.

ʽResistenzaʼ è una parola fortissima, tenace e ambivalente. Se da una parte è opposizione, dall’altra è possibilità e tensione all’altrove. Sarà per questo che molti intellettuali hanno preso attivamente parte alla Resistenza Italiana, cominciata dopo la firma dell’armistizio l’8 settembre del ’43 e sviluppatasi in modo eterogeneo, senza distinzioni o esclusioni di sesso, condizione sociale o economica.

Uno degli scrittori di maggior spessore che vive la lotta partigiana, con le Brigate Garibaldi, è certamente Italo Calvino, con Il sentiero dei nidi di ragno e altri racconti – tra cui Ultimo viene il corvo – a cui Alberto Asor Rosa ha dedicato una puntata del ciclo “Scrivere la Resistenza”. Per lo scrittore sanremese il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali è una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni.

Tutte le volte che si uccide qualcuno, si umilia l’Umanità e non ci sono risposte all’impotenza, sono possibili – tutt’al più – solo sublimazioni poetiche, come per Salvatore Quasimodo in Alle fronde dei salici, poesia pubblicata su rivista nel ’45 e inserita nella raccolta Giorno dopo giorno due anni dopo:

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

La Resistenza Italiana si è presentata come movimento molto articolato e variegato al suo interno, in cui le donne hanno avuto un ruolo significativo: erano addette al passaggio di informazioni e comunicazioni, all’opposizione rispetto agli ordini militari (nel luglio del ’44 le cittadine di Carrara resistono agli ordini di sfollamento totale e impediscono in tal modo ai Tedeschi di conquistarsi una via di ritirata verso le retrovie della linea Gotica), facevano le “staffette”, erano impegnate persino nella lotta armata partigiana. La Resistenza è stata per loro un momento di «affermazione di diritti e opportunità» e «prima occasione storica di politicizzazione democratica», come sostiene Anna Bravo, ex docente di Storia sociale all’Università di Torino.
Un esempio letterario del ruolo assunto dalle donne della Resistenza, è L’Agnese va a morire, romanzo neorealista di Renata Viganò, semplice contadina e poi partigiana.

Resistenza è anche ostinazione, perseveranza, voce tradotta in scrittura, come per Elio Vittorini che compone il primo romanzo della Resistenza fra la primavera e l’autunno del ’44) Uomini e no, per il quale la cultura è stata una radicale ragione di vita.

Che si sia prediletta la poesia come forma di scrittura immediata e sintetica o la prosa come respiro più ampio, che siano state spese parole già nell’evolversi dei fatti o a “storia conclusa”, la Resistenza continua ad avere senso, oggi più che mai, che risulta difficile guardare oltre le deformità e le nefandezze umane.

Come scrisse Pietro Calamandrei, ora e sempre resistenza.

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