La morte ci interpella

Quando nasce un amore o un bambino, la felicità non lascia spazio alle domande; ma la morte ci interpella sempre.

Perché? Perché proprio lui/lei? Perché così? Perché ora?

La morte ci interpella sempre. Soprattutto la morte di quanti hanno lasciato segni diversi dal comune. Soprattutto quando il “morto” in questione è Cristo. Al di là di chi vuol credere che sia il figlio di Dio, Gesù è un personaggio storico, realmente esistito, che ha operato in Galilea per 33 anni circa. Corrado Augias, non a caso, ha realizzato un’inchiesta storica sull’uomo Gesù.

Costui ha fatto nell’ordinario qualcosa di straordinario: ha amato. Tutti. Senza pregiudizi, senza limitazioni. E poi è morto. L’hanno messo in croce, dopo averlo deriso, schernito, oltraggiato, frustato, sputato. E poi è risorto, ma questa è “un’altra storia” a cui non tutti credono e la tralasciamo. La morte invece è indiscutibile.

Molti scrittori – ma anche artisti, registi, pensatori – sono rimasti colpiti dalla figura di questo Cristo, la cui sofferenza è l’emblema di tutto il dolore umano.

La morte di Cristo ha toccato anche letterati non credenti, comunisti, anticlericali, polemici. Più che la divinità di Cristo, essi hanno esaltato la sua umanità: tutti quei tratti che ci permettono di sentirlo vicino, simile a noi e che può permettere a noi di avvicinarci a Lui (scusate il gioco di pronomi, ma era necessario).

Giovanni Papini – fondatore di diverse e importati riviste del ‘900, anticristiano e nichilista – a seguito della sua conversione, scrisse la Storia di Cristo nel 1921, con l’intenzione di dare l’immagine di un Cristo vivo, che ben conosce le debolezze umane (si pensi a Giuda) o i tentennamenti degli uomini di potere come Pilato e il pianto di chi ama e soffre come le donne sotto la croce.

Luigi Pirandello nel 1929 mise in scena Lazzaro, che fa parte della sua produzione finale. È l’unica volta in cui si sofferma su una tematica di ispirazione religiosa. Più che riferimenti a Dio in senso esplicito, in discussione vi è la vita eterna, intesa dal drammaturgo siciliano come un’illusione che, tuttavia, ci permette di vivere, sopportando le sventure (un po’ come l’idea di amore per Leopardi). La morte del Cristo è per il protagonista Lucio, fratello di Lia, che resta paralizzata, la possibilità di credere in una vita migliore, di poter reagire alle disgrazie esistenziali con la proiezione in un domani eterno.

Mauriac decise solo a 50 anni, nel 1936, di scrivere la Vita di Gesù, quando aveva riscosso già successo presso il pubblico ed era ormai noto per lo spirito inquieto e tormentato. Lo scrittore mise in luce la vicenda umana di Cristo.

Accese anche lui i riflettori su Giuda, durante l’ultima cena. Chi non è stato tradito o non ha tradito? Quanti, però, consapevoli di quello che sta per accadere, hanno la discrezione di tenere per sé la verità senza denigrare il colpevole in pubblico? La curiosità dei discepoli da un lato denotava il sincero attaccamento alla figura (e alla sorte) del Maestro, dall’altro può intendersi come preoccupazione verso la propria reputazione, dunque la difesa della loro immagine pubblica o sociale, che dir si voglia.  E poi, ancora, la paura di Gesù nel Getsemani. Come si fa a non avere paura prima di ogni grande evento?

Persino Ignazio Silone che si era definito “socialista senza partito e cristiano senza Chiesa”, già negli anni Quaranta, si riavvicinò al cristianesimo autentico, al suo messaggio originale di amore senza misura, tanto da dare al secondo romanzo il titolo di Vino e pane. E nei suoi scritti non mancano i riferimenti allo spezzare il pane, alla croce, come simboli di condivisione  e vita oltre la morte.

C’è anche Il vangelo secondo Gesù Cristo del portoghese José Saramago, pubblicato nel 1991, che parte dalla nascita di Cristo e ne ripercorre l’esistenza, fatta anche di debolezze e limiti. Il romanzo ha suscitato però diverse critiche a causa della libertà con cui lo scrittore ha riportato alcuni fatti, soffermandosi anche sull’amore tra Gesù e la Maddalena, che nella Passione, è tra le figure cardini.

Tra i contemporanei, possiamo citare Erri De Luca che, pur definendosi “non credente”, scrive di Maria e Gesù rispettivamente nei romanzi In nome della madre e Penultime notizie di Ieshu/Gesù, essendo un appassionato di Sacre Scritture.

Al di là del mondo letterario, anche il cinema ha approfondito l’umanità di Cristo. Da Processo a Gesù di Diego Fabbri – che porta sulla scena una società dimentica della speranza e della possibilità di salvezza –  a La ricotta di Pasolini – che ha per protagonista la miseria e quasi la beffa di chi la vive in prima persona – a La passione di Mel Gibson (per arrivare ai giorni nostri).

Come avrete avuto modo di notare, ci siamo soffermati soprattutto sul campo letterario (che ci compete maggiormente) accennando al cinema e al teatro, ma ci sarebbe l’intero universo dell’arte visiva che sul tema farebbe parlare a lungo. Quello, però, lo lasciamo fare agli esperti.

È evidente che a interrogare l’animo umano è soprattutto la sofferenza. Quando la morte ci interpella, l’arte allora prova, a suo modo e con i suoi linguaggi, a offrire le risposte pur senza il carattere dell’assolutezza.

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