Intervista a Elisabetta Bucciarelli

Ciao Elisabetta e grazie per essere qui con noi di Temperamente.it. Mi parleresti della nascita del tuo ultimo romanzo, La resistenza del maschio?
La resistenza del maschio nasce dalla volontà di osservare i cambiamenti in atto nei modelli maschili e dalle necessità di registrare quali siano le variazioni in corso nelle relazioni tra donne e uomini a causa di tali mutazioni. Nuove tecnologia, distanze, parole, assenze, desiderio sono gli ingredienti che appartengono alla mia storia, le cui combinazioni differenti stanno modificando il nostro modo di costruire i rapporti d’amore.

Il libro funziona secondo un meccanismo geometrico, a incastri; l’idea di scriverlo così l’hai avuta sin dall’inizio o le storie sono diventate complementari nel costruirsi?
La struttura del romanzo è geometrica perché corrisponde alla modalità di pensiero del personaggio principale. È un uomo abituato a misurare e a cercare le proporzioni in ogni accadimento della vita. Avevo in mente fin dall’inizio una struttura iper controllata, sia nella forma che nel linguaggio; poi scrivendo il libro ho lasciato spazio all’imprevisto, sia narrativo che lessicale, concedendo divagazioni e “uscite” soprattutto alle donne proprio perché già chiuse dalla gabbia della sala d’aspetto.

La storia vede coinvolte tre donne sconosciute che poco alla volta si aprono l’un l’altra, anche se non proprio del tutto. Due domande: credi nella solidarietà femminile (quella maschile sembra essere universalmente accettata); se i tuoi personaggi si svelassero completamente, credi si capirebbero di più o di meno?
Credo nella solidarietà in generale e pratico soprattutto quella femminile. Esiste, funziona, è affettiva, elettiva e anche professionale. Diventa impossibile quando le donne hanno potere e lo amministrano con modelli maschili “antichi”. Allora i rapporti diventano altro e non mi interessano se non come osservatrice.
Le tre donne non sono solidali tra loro (o se lo diventano è solamente in certi momenti della storia), si ritrovano però affini per argomenti, dipendenze e, a volte, sentimenti nei confronti degli uomini. Se s’incontrassero fuori dalla sala d’attesa non proverebbero la stessa necessità di raccontarsi vicendevolmente, sia per motivi legati alla storia del romanzo sia per differenze fondamentali di visione del mondo. Penso non si sopporterebbero, o almeno, non tutte tra di loro.
Non credo invece nella solidarietà maschile. Sono convinta che gli uomini siano legati da gerarchie e rapporti di forza. Abituati a scambiarsi favori e a lavorare in team, ma con ruoli di potere ben chiari. Anche quando giocano e appartengono alla stessa squadra, devono avere la loro convenienza e sono pronti a cambiare bandiera per soldi o carriera. Conoscono i rudimenti di una specie di arte della guerra che per secoli hanno praticato. Spesso le donne prendono a prestito queste modalità, confondendo lo scambio di favori e l’opportunismo con la solidarietà e la condivisione.

Mi trovi personalmente molto d’accordo. Cambiando totalmente argomento, nel romanzo ci sono riferimenti ai social network più disparati, da Facebook a whatsapp, fino a Happn, ideato per incontri occasionali. Era necessario per rendere la storia credibile e attuale…
Ogni storia ha necessità della sua forma di scrittura, così come ogni contenuto (emotivo o meno) può avere a disposizione un modo efficace per comunicarlo. Siamo fortunati, possiamo scegliere. I social, le chat, gli sms, le mail, le lettere, la voce, gli incontri. Nel romanzo sono presenti e utilizzati alcuni di questi “medium” e l’osservazione dell’ambiguità che producono è l’aspetto che m’interessa di più e che ho voluto restituire alle lettrici e ai lettori. Campi semantici differenti producono interpretazioni diverse di uno stesso messaggio (a volte di una sola parola). Ne ho scritto anche in un saggio a cui sono particolarmente affezionata, Scrivo dunque sono (Ponte alle grazie). L’interpretazione genera mostri, specialmente nei rapporti affettivi che vengono “vissuti” solo attraverso le parole scritte, la distanza e l’assenza.
Per quanto riguarda invece, il discorso sulle App “relazionali”, ho fatto una vera e propria indagine, facendomi aiutare da persone di cui ho estrema fiducia. Tutto appare credibile (e ti ringrazio, lo ritengo un complimento) perché da sempre scrivo solo delle cose che conosco e che sono al centro della mia personale ricerca.

Scrivo dunque sono, Ponte alle grazie 2014

Scrivo dunque sono, Ponte alle grazie 2014

Le storie che racconti hanno un sapore agrodolce, la felicità sembra sempre sfuggente, tratteggiata, più un’idea utopica che qualcosa di realizzabile. Spontaneamente ti chiedo perciò se credi, invece, che in amore, si possa essere felici in modo istintivo.
Con la stessa spontaneità ti rispondo di sì. L’amore “felice” non è un’invenzione dell’intelletto è qualcosa che si prova, si sente e si vive. Succede. Potrei fermarmi qui. E invece aggiungo che ci sono tre cose a renderla evanescente, di breve durata o impossibile. Lo faccio come se fossi Emme, il protagonista del libro, con tre negazioni: Non sapere davvero cosa desideriamo. Non essere consapevoli che dominare non significa amare. Non aver chiaro che chiedere in continuazione non c’entra con l’amore.

Ho letto il libro e mentre lo metabolizzavo, mi chiedevo: ma è davvero Emme il maschio che resiste? Credi che nella realtà esista qualcuno come lui? E cosa ne pensi della “resistenza della femmina”? Esiste, e, se si, come si esplica?
Emme è il “mio” maschio che resiste. Esistono gli Emme che ho conosciuto, intervistato, avvicinato, a cui ho voluto e voglio bene. Esistono gli Emme che mi scrivono per dirmi che li ho “riconosciuti”. Che si commuovono leggendo di lui perché in alcuni aspetti si riconoscono. Quindi sì, Emme è davvero un maschio che esiste e resiste. Ma non è l’unica tipologia, l’unica mutazione, l’unico che prova a uscire dai luoghi comuni e dai modelli comuni. La sua non è l’unica resistenza possibile. (Infatti ne racconterò presto altre).
Noi donne siamo in perenne resistenza. In un altro senso però. Profondo e antico. Liberarci, affermarci, difenderci, ritrovarci e avere la possibilità di chiederci veramente cosa desideriamo nella vita, tutto questo insieme, da sempre. La nostra resistenza ai modelli femminili precostituiti o imposti, alla violenza degli uomini (e delle donne) alla negazione dei nostri diritti civili è in corso da molto tempo, la vivo quotidianamente, a mio modo, da sempre.
Quella degli uomini, per scardinare i modelli maschili, invece, dal mio punto di vista, è appena iniziata. Se la “resistenza” maschile proseguirà in una direzione di costruzione del desiderio autentico e di un’identità costruita su nuove basi, allora riusciremo a capirci e incontrarci su un terreno migliore, senza conflitto e con una comprensione nuova.

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