UNA MAIUSCOLA CHE DESTA MINIMO ENTUSIASMO
Ci sono due motivi che spingono un lettore ad affrettarsi lungo il percorso che porta alla fine di un romanzo, leggendolo sul pullman, prima di dormire, per ore ed ore successive. Il primo è che il romanzo faccia vibrare qualche corda profonda della nostra anima, che ci dica qualcosa di importante e che ci aiuti a comprendere noi stessi, o ci faccia sentire che anche qualcun altro condivide le nostre preoccupazioni e riflessioni. Il secondo motivo, più prosaico, che ci spinge al tour de force di lettura di un libro è la voglia irrefrenabile di sbarazzarcene. Così è stato con V., di Thomas Pynchon.
A scapito della brevità stenografica del titolo, questo testo è lungo cinquecentottantasette pagine, il che non sarebbe un problema, e nemmeno una anomalia – la prolissità è una caratteristica postmoderna –, non sarebbe un problema, ripeto, se il testo fosse piacevole da leggere.
La misteriosa iniziale del titolo è l’entità sfuggente inseguita da Herbert Stencil, personaggio inetto e che parla di sé in terza persona; il suo percorso di ricerca interseca il vagare – il “fare come uno yo yo” – di Benny Profane, unico personaggio che è piacevole ritrovare fra le pagine, un vagabondo che vive di lavoretti, fra cui quello di cacciatore di alligatori nelle fogne di New York. Si incontrano anche svariati altri personaggi (e una Banda del Morosi), tutti con le proprie manie, come ad esempio dipingere formaggi danesi, ma quello che manca è la coesione, una spinta centripeta che ricongiunga tutte le storie che che dia lo stimolo a proseguire nella scalata di questo volumone.
L’imprendibile V. non è in grado di ricollegare tutti i fili: la si rintraccia ovunque e in nessun luogo, è una donna, varie donne, un topo, una città. I brani in cui si rintraccia sono lunghissime digressioni che infastidiscono il lettore e che allontanano la narrazione nel tempo e nello spazio (in Africa, a Malta, nell’inesistente Vheissu). Ovunque regna un clima di decadenza, e un sottile filo di congiunzione fra le varie parti di questo Frankenstein letterario è costituito da oggetti ricorrenti e dai riferimenti all’automazione.
Sarà anche necessario leggerlo per proseguire nella scoperta della letteratura statunitense, sarà anche il libro di esordio di uno degli autori contemporanei più controversi e misteriosi, il Thomas Pynchon di cui si hanno poche e preziose foto, ma di sicuro prima di leggere L’arcobaleno della gravità, l’altro pynchoniano acquisto che intrapresi – ahimé – così fiduciosa, lascerò passare un bel po’ di anni.
Carlotta Susca
T. Pynchon, V., BUR, 587 pagg, 12,50 euro















