Intervista a Luca Buonaguidi

di Simona Leo

Giovanissimo è lo scrittore che ospitiamo in questa giornata ‘primaverile’. Nato a Pistoia nel 1987, Luca Buonaguidi è laureato in psicologia clinica e collabora con una rivista di studi sulla musica contemporanea, KonSequenz. I giorni del vino e delle rose, raccolta di poesie recensita sul nostro sito, rappresentano il suo esordio letterario.

Ciao Luca, benvenuto nel nostro salotto virtuale. Sei giovanissimo e deve essere una bella sensazione avere tra le mani un proprio libro pubblicato. I giorni del vino e delle rose, una raccolta di poesie, rappresentano il tuo esordio letterario. Raccontaci, in che modo i tuoi versi sono diventati parte di un libro? Che sensazione hai provato quando è stato pubblicato?

Due anni fa ho iniziato a mettere insieme il materiale intraprendendo i primi passi per la pubblicazione, fermandomi in tempo, ossia prima di pagare cifre improponibili per veder realizzata un’ambizione all’epoca molto ingenua ed indefinita. Lasciai perdere dopo aver fatto compiere alla mia vanità quel mezzo giro di giostra cerebrale a cui purtroppo molti autori si sottraggono e che mi fu consigliato da persone di buon senso. Nel mio caso, non avevo bisogno di comprare la mia autostima con la pubblicazione,  ed avevo quindi deciso di rimandare ad approdi più genuini la questione editore. Poi, grazie a Girolamo De Simone, ho iniziato a prendere molto più sul serio di quanto mai avessi fatto i miei testi cominciando ad inviarli a numerose case editrici. Sempre grazie a lui, è nata la collaborazione con KonSequenz e dopo pochi mesi hanno bussato alla porta tre editori onesti e genuini, insomma, per esser più chiari, che anteponevano al pur comprensibile calcolo economico, l’interesse per il libro. Alla fine, mi sono tenuto in tasca le migliaia di euro richieste dalle associazioni editoriali a delinquere – io non li chiamerei editori – e sono riuscito a pubblicare comunque e con una soddisfazione credo ben più autentica di quella che avrei incontrato passando attraverso canali opinabili, per usare un eufemismo. Per quanto riguarda le sensazioni conseguenti alla pubblicazione, l’incredulità è stata e resta la componente maggiore. Fatico a capire come quelle che sono state e sono le mie introspezioni più intime possano possedere un rilievo letterario di qualche tipo. È come se, attraverso questo testo, mi fosse stato consegnato un piccolo certificato di degna esistenza. Tirare fuori dal cassetto quei testi è stato principalmente un modo per esorcizzare la sensazione di non avere un posto dove stare, quello che Nick Drake evoca magistralmente in “Place To Be”, un modo per cercare un contatto più profondo con le persone che avevo vicino, come a dire: sono anche questo, accoglietemi. Sembra stia accadendo esattamente così e ne sono sinceramente lieto.

Hai sempre coltivato la passione per la scrittura? Ricordi quando hai scritto la tua prima poesia e perché?

È una passione relativamente recente, ho iniziato a sedici anni e con modalità credo comuni a molti. Ho subito la fascinazione estrema per diversi poeti e musicisti, condivisa con pochi amici. Uno di questi, l’autore della copertina del libro, Daniele Gaudiano, mi confessò di aver iniziato a scrivere qualcosa, e che questo suo scrivere lo faceva sentir bene, o meglio, che è molto differente. Così mi dissi, perchè non provarci? Se ad oggi scrivo credo che sia perché Daniele aveva ragione ed io avevo bisogno di trovare un modo per stare meglio e sopravvivere alla provincia, in cui iniziavo a sentirmi fuoriposto, ed aggiungo per fortuna. Dico questo perché credo che chi sta bene a diciotto anni abbia qualcosa da nascondere, e nascondendolo troppo a lungo può finire per dimenticarselo, e poi siamo portati a dirci “è troppo tardi” anche se non è mai esattamente così. Perché il tempo può accelerare e trascinarci in condizioni in cui si fatica a riconoscersi, a percepirsi in una continuità. Per me, la continuità ad oggi rispetto alla rottura di quel feto adolescenziale, che non è che l’ambiente in cui sono cresciuto, le mie abitudini, le mie domande antiche, sono queste poesie. Credo di esser cresciuto con esse, è un legame profondo quello che sento con le parole che ho letto, e che poi mi sono sentito sbucare dentro, da quel pomeriggio in poi.

Nelle tue poesie fai spesso riferimento alle muse ispiratrici. Quali sono le tue Muse e in quali momenti della giornata senti il bisogno di penna e taccuino?

Le mie muse sono delle ragazze, dei luoghi, dei suoni, ed in generale, qualsiasi agente di profonde modificazioni emozionali. A volte sono aggressioni esterne, altre incursioni verso il petto, ma sono generalmente inaspettate ed estemporanee. Quindi, scrivo senza alcun tipo di regolarità e disciplina, anche se più spesso questo capita di notte, forse perché è il momento in cui si è più stanchi e dunque meno forti nel difendersi dalle emozioni come la società ci porta a fare: le emozioni profonde per molte persone sono dei veri e propri inconvenienti, e si accontentano dei surrogati indotti dai mass media. Io sento di non scrivere mai per indurmi uno stato d’animo, non perché non mi piacerebbe ma semplicemente perché non riesco a farlo in uno stato di neutralità affettiva. Lo faccio solo ed esclusivamente in seguito ad una emozione, cercando di accompagnarla, fino al bordo oltre cui scompare: da presunti “satori” a vistosi cali dell’umore, fino a momenti di serena inquietudine. Scrivere è un’azione necessaria che vivo come un assedio emotivo, dotato di polarità netta e contenuti dirompenti che non riesco a vivere in un’altra dimensione se non questa. A volte è una cavalcata energica, altre una panacea per il dolore, altre ancora qualcosa di più confuso, da sbrogliare sul momento.

Due solo gli elementi che prevalgono maggiormente nella tua raccolta di poesie: la labilità del tempo e l’oblio. Può, secondo te, la poesia, e più in generale l’arte, riuscire a fermare questo scorrere inesorabile dei giorni e in qualche modo rendere eterni quei momenti che solo un minuto dopo averli vissuti sono schegge impazzite di ricordi?

Bella domanda, divagherò senz’altro. La poesia ci sopravvive ed è un dato di fatto, ma non so se nasca tendendo all’eternità. È una tensione che per esempio non  ho mai provato mentre cerco di tessere dialoghi con i miei miti morti, e questo mi capita spesso perché la maggior parte delle persone che ammiro sono morte. So che non mi risponderanno mai, ma ci sono i loro versi, le loro canzoni, le loro idee a ricordarci ciò che vale la pena venga ricordato, a ricostruire il comune percorso affrontato nei secoli, a coltivare la “ghirlanda di senso tra uomini che non sopportano loblio di altri uomini”. È un grande viaggio in cui ci passiamo la staffetta, un po’ per timore e un po’ per passione, la vita. C’è chi la porta in giro “in balia del quotidiano gioco balordo degli incontri e degli inviti, fino a farne una stucchevole estranea” come scriveva Kavafis e c’è chi corre perché sa di avere poco tempo, portandola avanti anche a costo di bruciarsi. A me piacciono quest’ultimi, perché ho una voglia terribile di vivere e la sento, la fretta di farlo. Per l’eternità non c’è fretta. Ce n’è talmente tanta da farsela venire a noia e non ho risposte in proposito, per fortuna, a ventiquattro anni. È tutto un domandarsi qua dentro, anche se penso che l’arte e la poesia abbiano un solo compito: tutto. Ma per me scrivere è anche qualcosa di più preciso: intrecciare rami d’esperienza all’albore della loro nascita, prima che si sfibrino e perdano consistenza emozionale, un modo per immobilizzare il presente, la sensazione, nello stesso attimo in cui diviene passato, memoria. Questo libro in fondo è nato perché l’uomo era alle porte ed aveva bisogno di rivedersi bambino. Ho scelto la poesia per ricordarmi di questo comune passaggio di consegna, perché credevo l’avrebbe potuto fissare nel mio orologio interno e in quello di chi, come me, ha percepito questa dinamica del sé.

Quali sono i giorni del vino e delle rose?

Quelli d’un ragazzo di vent’anni che s’inebria delle domande che circolano intorno al suo petto, abbeverandosene per quanto ne è capace e lasciandosi germogliare dentro i semi di tali domande. Sono, pur nel travaglio di momenti meno felici, giorni profumati di giovinezza instancabile ed assetata, ma anche disorientata, come dis-orientati sono i sensi dopo il buon vino o con l’odore delle rose. “Non sono lunghi i giorni del vino e delle rose? Dalle nebbie d’un sogno il nostro cammino appare a un tratto e poi nel sogno si perde” recita Lee Remick nel film da cui ho preso spunto per la poesia che ha dato il titolo all’intera raccolta. Questa nebbia onirica, che scatena una metamorfosi senza poi contenerla in secchi alvei riparati dalla corrente, ma anzi se ne fa travolgere, godendo di tale trasporto, è per me la componente centrale dei giorni del vino e delle rose, lo sfondo onnipresente su cui ogni incontro, vissuto, azione, ha preso scena fino ad oggi.

Una delle tue poesie è dedicata al pianista italiano Luca Flores. Qual è il legame tra poesia e musica, e più nello specifico, tra te e la musica?

Quello di un rapimento estatico, una Sindrome di Stoccolma applicata ai luoghi e i moti dell’anima. La musica mi ha salvato la vita, rubandomi dalla piatta quotidianità d’un ambiente allergico alle “Passioni Gioiose”, come le chiamava Spinoza, della cultura e dell’incontro (e non quelle tristi delle subdole influenze e delle mere apparenze), dove per resistere l’unica carta da giocare è l’isolamento, ed io l’ho giocata con convinzione. Nei momenti più difficili ho lasciato e lascio entrare solo la musica. Per questo mi emozionano e mi colpiscono figure come Luca Flores ed altri che io chiamo i “Toccati dal Fuoco”. Se il poeta secondo Ferrè è un uomo mutilato, il musicista non è da meno. E alla scuola della poesia ci si batte ed il loro capitolare qui, è un levarsi altrove. Ma levarsi verso il cielo non è sempre un librarsi verso il sole e l’oblio può essere una destinazione possibile, se proprio abbiamo bisogno di cercare sicurezze laddove non ce ne sono. La capacità di abbracciare le proprie ombre è il tratto distintivo dei “Toccati dal Fuoco”. Per questo, oggi, ne abbiamo così pochi e, se navighiamo alla ricerca di tali limpidi orizzonti è necessario gettare l’ancora nel passato, alla ricerca di quegli esempi straordinari di passione ed oblio come Luca Flores, Luciano Cilio, Emanuel Carnevali, Dino Campana ed altri. Purtroppo, questo abbracciare ombre, non può essere sempre una esperienza felice ed anzi è spesso estremamente dolorosa.

Al momento hai qualche progetto in cantiere?

Sto continuando a scrivere e grazie ai primi felici riscontri e all’interesse fuori tempo massimo di altre case editrici genuine sento la passione per la scrittura in netto divenire. Continuo a collaborare per KonSequenz, una rivista di studi sulla musica contemporanea legata all’attività ed alle figure del Consevatorio di S.Pietro a Majella di Napoli ed in particolare al prefatore del mio libro, De Simone. Firenze, poi, è un ambiente estremamente stimolante, oggi, grazie ad alcune coraggiose iniziative di ragazzi di valore e qui per me nuovi stimoli sono all’ordine del giorno, per fortuna. Oltre a questo, sono alla ricerca di spazi dove poter far confluire con modalità nuove le mie parole. Più in generale, come diceva Flaiano, ho poche idee ma confuse, e sto cercando di metterle a fuoco per poi  indirizzarle al binario sbagliato. Ha funzionato una volta, potrebbe accadere di nuovo. Il resto probabilmente verrà da sé.

Un messaggio a quei giovani che hanno il sogno di divenire scrittori chiuso in un cassetto…

Opinione personalissima, dati i tempi che corrono: alle vostre poesie non giovano i comportamenti di facciata, le pose teatrali e le presunte mistiche della maledizione dell’anima. Le vostre vite sono normalissime, possono essere più o meno belle, ma vi prendete troppo sul serio. E questo va benissimo, anzi, è una esperienza che vi starà senz’altro insegnando molto su voi stessi. Va meno bene pensarsi all’interno di vite epiche, perché si finisce con lo scrivere di vite epiche che in realtà non si stanno vivendo. Lasciate perdere Kathmandu od “Into the Wild” se d’estate andate a Mykonos o nei villaggi turistici, sciacquatevi la bocca prima di fare proclami ecumenici, di professare pauperismi estemporanei ed altre fantasie autocelebrative, almeno finché non le vivrete sulla vostra pelle. Finireste con lo scrivere di qualcosa che non state vivendo; del niente, che è la cosa più difficile da fare. Parlare del Grande Niente: per me, ci sono riusciti solo Emil Cioran, l’Atomica da far esplodere nel pensiero razionale occidentale, Rimbaud, perché era il Veggente e Pessoa, forse un Dio. Io, almeno inizialmente, sarei più umile al vostro posto. Vi dico quindi, ammesso che vi interessi qualcosa e spero di no, sarebbe un altro errore da non fare: non scrivete  di ciò che scrive il vostro autore preferito, e se volete fare gli eroi, abbiate il coraggio delle vostre azioni. Mi spiego: pagando dai 1000 euro in su per esser pubblicati, non si è affatto poeti, forse lo sarete agli occhi dei vostri amici o della ragazza che non riuscite a conquistare in altro modo, ma non con voi stessi. Oggi, è molto più poetico saper abitare un proprio limite interno, che inizia con una riflessione sul sé e, se si è scritto qualcosa, approda naturalmente ad una sana auto – e non solo – critica testuale, che non può essere sempre positiva. Abbiate il coraggio di mettervi in discussione, e non solo per venire acclamati, ma anche per prendere una salutare secchiata di acqua fredda in faccia.

Ringraziamo Luca Buonaguidi per la sua disponibilità e per la sincerità delle sue risposte. Alla prossima!

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