Gibson o Pasolini? Da una parte lo splatter cucito nel 2004 senza alcuna leggerezza, dall’altra la visione di un laico sul libro dei libri, senza sconvolgerne i dogmi.
Il regista-attore americano sceglie solo di rappresentare le ultime ore della vita del Cristo, più fisico che mai, solo contro tutti i “perfidi” ebrei e il “gentiluomo” Pilato. Almeno un’ora e mezza di sangue, senza pietà, senza remore, che lievita per autocompiacimento morboso e scandalistico. Gibson, senza accorgersene (oppure no?) dà addio alle visioni escatologiche, mistiche, per narrare una “storia crudele”, fatta di burattini che sentenziano in aramaico e latino, con qualche minuto di una risurrezione frettolosa. E non sono del tutto ingiustificate le accuse a Gibson dell’implicita condanna di deicidio (giusto per tornare al catechismo del Concilio di Trento). Molto diverso è il “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini, uscito nel lontano 1964. Come Leit Motiv di fondo molti hanno riconosciuto un’indole rivoluzionaria sorprendente (tralasciando chi invece vi ha scorto solo germi di ideologie politiche) : un Gesù poetico, iperumanitario, anticonformista e controcorrente, ma anche eternamente angosciato e triste. Pasolini sceglie il Vangelo che tra i quattro si presta meglio a raccontare l’iter di un uomo come tanti, ma intimamente speciale. Il fulcro dell’opera è l’originale riflessione sulla necessità della morte, sul dolore in un’esistenza deietta e caotica, quasi senza luce di speranza. E alla fine trionfa l’universalismo trasversale della storia raccontata, emblematizzato nella risurrezione accompagnata dai ritmi congolesi. L’interpretazione originale, però, provocò un boato mediatico tale per cui il regista fu accusato di vilipendio alla religione.
Allora Gibson o Pasolini? Esibizione crudelmente voyeuristica e poco cristiana del dolore o riflessione amara e profonda sull’esistenza con il culminante sacrificio intellettuale?
Marcello Cuomo
Titolo: “La Passione di Cristo”
Anno : 2004
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: B. Fritzgerald; Mel Gibson
Paese: USA
Titolo :”Il Vangelo secondo Matteo”
Anno: 1964
Colore: Bianco e nero
Regia: Pier Paolo Pasolini
Sceneggtura: Pier Paolo Pasolini
Paese: Italia















ho visto da poco su consiglio di un amico “7 km da Gerusalemme” e lo consiglio vivamente. un film che fa riflettere. insolito e toccante.
Sono evidentemente due scelte diverse con toni e prospettive diverse. Per stima e senso della storia preferisco Pasolini e la sua rilettura. Gibson è meno colto, più hollywoodiano e mira all’effetto più che alla discussione. Prova ne è che, pur avendo visto la Passione, non mi viene voglia di rivederlo, stessa cosa per brave heart. Sono film che si esauriscono e ti esauriscono alla prima visione, senza sentire la voglia di una rilettura, proprio perché non c’è niente da leggere che ti sia sfuggito. Diverso il discorso per Pasolini che invece non si limita alla sola visione, ma alla rivisitazione e discussione. La scelta pacata di un Cristo triste e cupo di Pasolini è la consapevolezza dell’uomo che, anche se cosciente dei poteri che ha, sa che dovrà soffrire senza poterli usare. E’ una condizione peggiore della normalità degli uomini normali, i quali in qualche modo, forse possono farsi una ragione per la sciagura che li attende, sapendo che non possono sfuggirle, ma Cristo sta messo peggio, sa che potrebbe, ma non lo farà. Soffrirà la morte e le torture, come una condanna non sua, ma di cui si prende la pena. Questo c’è nel film di Pasolini ed è ben descritto anche dai dialoghi, al contrario è assente da quello di Gibson, dove il Cristo accetta tutto senza domande.