“Memorie dal sottosuolo” – Fëdor Dostoevskij

Come sempre, chiuso Dostoevskij, taccio a lungo. Ma non resto lì in silenzio perché impegnata a riflettere: niente affatto. Chiuso Dostoevskij non è la mente a entrare in funzione, ma, al contrario, il subconscio, le sensazioni: pelle accapponata, brivido lungo la schiena, palpitazioni sono alcuni dei sintomi della “dostoevskijte”. Dostoevskij ti entra dentro e ti scombussola l’anima; ti comunica delle verità assolute e ti lascia lì, solo, a scontrarti con esse.

Memorie dal sottosuolo è una lunga e confusa confessione di quella che si autodefinisce una persona malata, cattiva, la quale impiega la prima lunga parte delle sue memorie, intitolata per l’appunto Il sottosuolo,  per sviluppare delle analisi filosofico-sociali, adoperando una retorica pomposa e contorta. Fa determinate affermazioni per ritrattarle subito dopo; pontifica su questo e quell’aspetto della vita; pronuncia infuocati j’accuse e poi si ricrede; si condanna per i suoi peccati e in breve tempo si assolve: costringe il lettore – con il quale intrattiene un vero e proprio dialogo – a seguirlo con attenzione nei suoi giri di parole. Un frenetico monologo che «è importante non per ciò che esprime o racconta, ma per come lo esprime e lo racconta» (giunge in soccorso del lettore l’analisi di Vladimir Nabokov*): in buona sostanza, il nostro protagonista è un uomo profondamente infelice e la sua afflizione emerge dalla sua nevrotica e vana confessione. Solo al termine de Il sottosuolo le sue memorie si evolvono in narrazione vera e propria: ed è con il racconto che quello che si è sospettato nella prima parte – la sua infelicità – trova conferma.

Il nostro, a guisa degli altri personaggi dostoevskijani, gode nel soffrire, nello sprofondare sempre più in basso, nel rovinarsi reputazione e vita; non sopporta di essere considerato e trattato con superiorità da quell’umanità che tanto disprezza, ed è per questo che, umiliato dagli ex compagni di scuola e desideroso di vendicarsi, finisce per giacere con una giovane prostituta e tentare poi di redimerla. Ma anche quelle sincere parole che evocano l’infausto destino che attende la ragazza si ripercuotono sulla sua persona e si trasformano in odio profondo per quella donna che lui stesso ha portato alla disperazione. E, secondo il suo ragionamento, l’offesa finale che le fa è propedeutica alla sua redenzione, perché è la più corrosiva e la più dolorosa di tutte le consapevolezze e per quanto abietto sia il fango che l’attende, quest’offesa la eleverà e la purificherà: un’ulteriore miope autoassoluzione.

Credo di aver parlato abbastanza: la cosa migliore da fare per comprendere Dostoevskij, vero conoscitore degli intrinseci meccanismi della realtà, è leggerlo.

Angela Liuzzi

*Postfazione di Nabokov nell’edizione Oscar Mondadori

Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo, Oscar Mondadori, 190 pp., 8,50 euro

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