“Il processo” – Franz Kafka

der prozess(Preambolo non necessario:) Franz Kafka è certamente uno degli scrittori più significativi del secolo scorso. La sua opera, caratterizzata da toni oscuri e paranoici, ma non priva di una personale ironia, rappresenta uno straordinario punto di convergenza tra differenti scuole letterarie e anticipa tendenze della narrativa dei decenni successivi, come l’esistenzialismo e il realismo magico.

Elemento tipico della narrativa kafkiana è la sua incompiutezza: lo scrittore praghese pubblica in vita solo alcuni racconti, lasciando in sospeso tre romanzi, pubblicati dopo la sua morte dall’amico Max Brod. Questi, contravvenendo all’ordine dello scrittore di distruggere i suoi manoscritti, decide di diffondere la maggior parte dei suoi lavori che, ben presto, attraggono l’attenzione dei lettori e della critica. Tra i romanzi incompiuti, Il processo è quello che meglio sintetizza (si fa per dire) la poetica del timido scrittore di origine ebraica. Kafka scrive Il processo tra il 1914 e il 1915, ma lo rivede più volte fino al 1917, prima di lasciarlo definitivamente incompiuto, quasi a voler sottolineare l’impossibilità di risolvere i propri conflitti interiori attraverso la scrittura. Nel 1920 Max Brod riceve il manoscritto del romanzo e lo considera un’opera straordinaria, degna della massima attenzione e, contrariamente alla volontà dell’amico, lo pubblica nel 1925, dopo la sua morte. Il resto della storia è ampiamente conosciuto, con il successo internazionale e le innumerevoli traduzioni che trasformano il romanzo in uno dei più letti e celebrati del XX secolo.

Il processo racconta la surreale storia di Josef K., un anonimo impiegato bancario che, una mattina, senza alcuna motivazione, viene arrestato nella pensione in cui vive perché imputato in un fantomatico processo. In un primo momento, K. affronta la situazione razionalmente, scontrandosi con decisione contro la macchina burocratica; tuttavia, ben presto si rende conto che è impossibile conoscere pienamente i tempi e le modalità di un processo che assume proporzioni cosmiche e sconosciute. In un clima di paranoia dilagante, K. diviene sempre più impotente; non gli resterà che attendere, impassibile, l’esecuzione di una condanna già scritta e pronunciata. Come afferma Bruno Schulz nella prefazione, Il processo non è estraneo a una prospettiva che si potrebbe definire mistica o religiosa: siamo di fronte a una rappresentazione impeccabile della condizione dell’uomo, oppresso da un’autorità invisibile, forse divina, che gli impedisce di raggiungere la propria meta. L’errore più grande di Josef K. consiste nel non sottomettersi alla “Legge”, nel cercare di comprenderne i meccanismi, attraverso una serie di atti che cadono inevitabilmente nel vuoto. Nel colloquio tra il protagonista e il sacrestano, sorta di chiave di lettura dell’intero romanzo, emerge in maniera definitiva la questione: non è la legge a perseguitare l’uomo, ma è l’uomo che cerca di conoscere il diritto, per poi comprenderne, in fin di vita, la radicale inaccessibilità.
A questo punto, si solleva una domanda: che sia l’inganno l’unico principio ordinatore dell’esistenza umana, l’unica “Legge” dietro la quale si nasconde Dio? Probabilmente sì. Per il momento, di più non ci è concesso sapere.

Stefano Cautela

Franz Kafka, Il processo, Feltrinelli, Milano, pp. 238, € 6,50

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