“Una stanza tutta per sé” – Virginia Woolf

Una stanza tutta per sé è un libro che, ammetto, non rientrava fra i miei “desiderata”. Ecco perché, in apertura di questa recensione, ringrazio Angela Liuzzi e Angela Pansini per il loro post sui Club del Libro nello Stivale, nonché gli stessi ragazzi del Club del Libro di Napoli, coi quali sono poi entrato in contatto e che hanno proposto questo saggio in occasione di uno degli incontri.

Genesi dell’opera è la trascrizione di un duplice intervento tenuto da Virginia Woolf a Cambridge nel 1928. Invitata a conferire sul tema “Le donne e il romanzo”, la Woolf esordisce dicendo che «se vuole scrivere romanzi, una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé». Ma, se le difficoltà materiali penalizzavano le scrittrici fino al diciannovesimo secolo, ben peggiori erano le condizioni immateriali e ideologiche; giacché l’indifferenza che autori come Keats e Flaubert trovavano così difficile da tollerare, nel caso della donna diventava ostilità. Con la donna, cioè, il mondo non si limitava a dire «Scrivi pure, se vuoi, per me non fa alcuna differenza», ma si sganasciava dalle risate, domandando ironicamente «Scrivere? E a che ti serve scrivere?». Così, ad esempio, si narra che durante la stesura di Orgoglio e pregiudizio Jane Austen ritenesse opportuno nascondere il manoscritto allo sguardo dei visitatori. E, tuttavia, «ecco una donna, agli inizi dell’Ottocento, che scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche». Secondo lo sguardo della Woolf, una scrittrice come Jane Austen è riuscita a dissolvere nella propria mente ogni ostacolo. Nonostante la segregazione e nonostante le ristrettezze che le venivano imposte – mai un viaggio, una gita a Londra, una colazione in un locale pubblico – il suo genio non mancò di emergere. Ecco perché, rivolta alle studentesse di Cambridge, Virginia Woolf raccomanda di non cadere nel baratro della rivalsa o della protesta nei confronti del sesso maschile. Sono infatti trascorsi cent’anni dall’epoca in cui visse la Austen, e vi sono ormai tante narratrici quanti sono i narratori; senza contare il numero, in costante aumento, di testi di archeologia, filosofia o economia scritti da donne.

Queste le mie considerazioni personali: Una stanza tutta per sé si presenta in principio come un testo un po’ “datato” e noioso; vale a dire che, così come Antonio Menna, nel suo Se Steve Jobs fosse nato a Napoli, paragona la storia di un fantomatico Stefano Lavori – un napoletano ignorato e bistrattato, al quale nessuno si sogna di prestare una lira – a quella dell’americano e, perciò stesso, più fortunato Steve Jobs, così Virginia Woolf, nei primi capitoli, è come se non facesse altro che ripetere che se si fosse chiamata Virginio e avesse avuto il pene le sarebbe stato tutto più semplice. Ma, ciò detto, va aggiunto che il testo si fa via via più interessante, sino al suo esito finale e all’elogio della mente androgina. Quando Woolf afferma che nella mente umana i due sessi cooperano fra loro, oltre ad anticipare le tesi di autorevoli nomi della psicologia e della spiritualità (da Jung a Parsons a Desjardins, solo per citarne alcuni), spiega anche perché non ha senso che le donne, ottenuta la parità, rivaleggino coi colleghi uomini: la rivalità fra sessi opposti non ha in generale ragion d’essere in quanto, a ben vedere, fra uomini e donne non c’è alcuna opposizione.

Per concludere: Una stanza tutta per sé è un saggio estremamente arioso e discorsivo (non a caso è tratto da due conferenze destinate a un pubblico di studenti e non a caso è piaciuto a tutti i ragazzi del Club del Libro di Napoli). Personalmente l’ho letto nell’edizione Einaudi con testo originale a fronte, ma chi volesse spendere qualche euro in meno può facilmente reperirlo in versioni più economiche. Buona lettura – e buona scrittura – a tutti e a tutte.

Andrea Corona

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé. Testo a fronte, Einaudi, Classici, Torino 2006, 238 pp., 12 euro

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