La ladra di libri: libro e film

C’era una volta uno strano ometto. Aveva preso tre decisioni importanti sulla sua vita:

1. Avrebbe portato la riga dei capelli dal lato opposto a tutti gli altri.
2. Si sarebbe fatto crescere dei curiosi baffetti.
3. Un giorno avrebbe dominato il mondo.

Il Fuhrer decise di dominare il mondo con le parole. […]. Il primo piano d’attacco consisteva nel seminare parole nel maggior numero possibile di luoghi del suo paese.

Le seminò giorno e notte, e le coltivò. Le guardò crescere finché, alla fine, in tutta la Germania si potevano vedere grandi foreste di parole… era una nazione di pensieri coltivati. Mentre le parole crescevano, il nostro giovane Fuhrer piantava anche semi per far crescere simboli, e anche questi sbocciavano rigogliosi.

Infine arrivò il momento giusto, Il Fuhrer era pronto. Invitò il popolo a raggiungere il suo cuore glorioso, richiamandolo con parole più abili e più terribili, colte ad una ad una nelle sue foreste. E il popolo accorse. Furono collocati tutti su un nastro trasportatore e condotti verso una macchina possente, che in pochi istanti offriva loro una vita intera. Furono ingozzati di parole. Il tempo era scomparso, e ora il popolo sapeva tutto ciò che aveva bisogno di sapere. Era ipnotizzato. […]

1939, 8, 40. Questi i numeri del bestseller La bambina che salvava i libri, anche noto come Storia di una ladra di libri.
1939: l’anno in cui il romanzo è ambientato, 8 milioni le copie vendute e 40 le lingue in cui è stato tradotto. I numeri parlano chiaro: Markus Zusak ha fatto un colpaccio. Ci ha consegnato un romanzo ben scritto, scorrevole, adatto ad utenze eterogenee di lettori e, come ho potuto testare, capace di appassionare anche quelli meno assidui (qualità non da poco).

L’idea di presentare il tema della Shoah dal punto di vista di un bambino tedesco ha avuto un discreto successo nell’ultimo decennio; mi vengono in mente il libro per ragazzi Il diario di Jorg di Giuseppe Pederiali, ma anche Il bambino con il pigiama a righe di John Boyne, bestseller di qualche anno fa.

La voce narrante è quella inusuale della Morte, un’entità impalpabilmente presente, che racconta le vicende della protagonista Liesel Meminger, figlia di un Kommunist, adottata dai coniugi tedeschi Hubermann nel periodo nazista.

Nel frattempo, fuori, le vicende della cittadina di Molching vengono turbate; infuriano la guerra, la fame, la paura. La vita sulla Himmelstrasse è sospesa, ferma in una bolla di sapone, fin quando l’esistenza degli Hubermann viene sconvolta: Hans e la moglie Rosa accolgono l‘ebreo fuggitivo Max Vandenburg nella loro cantina.
Il tempo di Liesel si restringe e al tempo stesso si dilata; davanti ai suoi occhi una realtà nuova, terribile.

Max e LieselIl film, consequenziale all’incredibile successo del romanzo, è stato girato nel 2013 dal regista inglese Brian Percival e sceneggiato da Michael Petroni.

Molti critici sono stati impietosi nel giudicare questa pellicola e su questa linea si pone anche la mia opinione che non è totalmente positiva.

Partiamo dal cast, unico elemento degno di nota:  l’ interpretazione dell’espressiva Sophie Nélisse è molto coinvolgente; la giovane attrice ha uno sguardo luminoso e si cala molto bene nei panni della protagonista. Intense e commoventi anche le interpretazioni dei suoi genitori adottivi interpretati rispettivamente da Geoffrey Rush e da Emily Watson.

La trama viene qui e lì tagliata, smussata, modificata ma tutto sommato è lineare e coerente rispetto a quella originale; invece, la sceneggiatura mi ha dato l’impressione di essere un po’ povera, soprattutto nelle scene cruciali, in cui sarebbe stato fondamentale un maggior impatto emotivo.

La morte, il “non/personaggio” del romanzo, ironica, grottesca e spietata non viene per nulla valorizzata, ma appare solo in poche scene (iniziali e finali) che ne appiattiscono il valore originario.

L’altro problema della pellicola riguarda le parole che rappresentano il cuore pulsante del romanzo. Liesel è la ladra dei libri, ma non li ruba semplicemente, loro nuova linfa, salvandoli dalla neve, dal fuoco o da una biblioteca impolverata dove erano destinati a rimanere cimeli di una vita passata. Le parole scuotono la Himmelstrasse anche durante i bombardamenti: guariscono, leniscono, feriscono e uccidono.

Zusak riflette sulla tragedia della persecuzione ebraica e ci spinge a valutare quanto sia pericolosa una parola, un pensiero, un’ideologia. Secondo me, quei pochi fotogrammi, dedicati al valore della lettura ed al suo potere di plasmare e ipnotizzare le menti, non sono stati sufficienti a chiarire l’intento dello scrittore e non riescono a giustificare il ruolo di Liesel come “scuotitrice delle parole”.

Inoltre, ho trovato piuttosto inadeguato stemperare e “addolcire” le scene più violente e drammatiche del romanzo come la marcia degli ebrei, diretti a Dachau, nella cittadina di Molching.

Il regista vuole coinvolgere ed  istruire il pubblico più giovane alla Shoah, tuttavia, lo fa appiattendo la brutalità, l’orrore, la bestialità che permeava quel particolare periodo storico; sarebbe stato a mio avviso più opportuno lasciare che quelle scene esprimessero il loro crudo e reale valore e che colpissero, scuotessero, sconvolgessero profondamente lo spettatore.

È un peccato che un romanzo così delicato che ispirava ed invitava ad una riflessione di più ampio respiro, non sia stato molto valorizzato a livello cinematografico (un problema, in verità, piuttosto comune).

[…] Più tardi si ricordarono della fisarmonica, ma nessuno fece caso al libro. C’era molto lavoro da fare e, con una quantità di altro materiale, “La ladra dei libri” fu calpestato parecchie volte e infine raccolto senza neppure uno sguardo, e gettato su un camion della spazzatura. Prima che l’autocarro partisse, mi arrampicai in fretta sul veicolo e lo presi in mano…
E’ una fortuna che mi trovassi lì.
Ma poi, chi piglio in giro? Mi trovo almeno una volta in moltissimi luoghi, e nel 1943 ero praticamente dovunque.

 

 

 

 

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