“A song of ice and fire”, serie tv o romanzo scritto?

Nel 1999 acquistai il primo volume di una nuova saga fantasy proposta da Mondadori, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Quattordici anni (e dodici volumi) dopo, sono ancora qui ad aspettare che GRRM finisca di raccontare la storia epica (e infinita) dei Sette Regni.

Con uno stile che genera dipendenza, in un groviglio di trame e intrighi, tra una folla di personaggi (un paio di migliaia, finora, e quasi tutti memorabili), ambientate in un universo complesso che sembra aver assunto vita propria non appena uscito dalla penna del suo autore, Martin racconta la sua storia come nessuno ha mai fatto in precedenza. Avventura, complotti, amore, morte, odio, dolore, mistero, orrore, pietà, magia. Tutto questo, e molto di più, è ASOIAF (per i non adepti: A song of ice and fire) divenuta a poco a poco una delle saghe più amate in assoluto, una pietra miliare della letteratura fantasy. E come solo lui sa fare, Martin ha trascinato con sé nell’abisso dei suoi reami in lotta per il trono di spade ogni genere di media: carte da gioco, videogame, fumetti, serie tv.

In particolare, la serie in onda su HBO è divenuta in breve una delle produzioni televisive più importanti e seguite degli ultimi anni, frutto di una preparazione lunga e impegnativa. Immagini di altissima qualità, un’evocativa colonna sonora, costumi stupendi e un cast di attori molto in gamba ricreano alla perfezione le atmosfere della saga. Le riprese hanno usato le location più disparate, dalla ruvida Irlanda del Nord alla magnifica Croazia, fino al fascinoso Marocco, con ricostruzioni così curate nei dettagli da risultare perfettamente credibili e fedeli alle ambientazioni dei libri. Con l’avanzare della storia, giunta alla terza stagione, produttori e sceneggiatori hanno deciso di discostarsi gradualmente dai romanzi originali e dalla cronologia seguita da Martin nella narrazione e questo forse ha fatto storcere il naso ai seguaci più fedeli dello spietatissimo autore.

Traendo tutte le somme, però, si può dire che la trasposizione non ha deluso le aspettative dei lettori e ha sottolineato la potenza del mezzo televisivo, arruolando tra le fila dei seguaci delle Cronache un esercito di nuovi fan. In questa versione (ma sarebbe stato impossibile il contrario, data la complessità e la numerosità dei piani narrativi proposti nei libri) si perde il gusto del Pov dei personaggi, principale caratteristica dei romanzi di Martin, che tuttavia nel telefilm diventano tutti “protagonisti”, in una carrellata infinita di azioni e situazioni. Il personaggio che si è mantenuto più fedele a quello raccontato nei libri è Tyrion, interpretato da uno straordinario Peter Dinklage, anche se Sean Bean regala allo spettatore un magnifico Eddard Stark, ricordando che è proprio Ned a dare inizio a tutto ciò che avverrà in seguito, nonostante il demiurgo George lo faccia impietosamente fuori nelle fasi iniziali della storia.

Concludendo, la serie tv merita. Ma nulla potrà mai eguagliare l’emozione e la potenza dei romanzi di Martin. Nessuna immagine, per quanto suggestiva e fedele, può sostituire l’emozione del lettore nel saltare da un punto di vista all’altro, immedesimandosi volta per volta nel personaggio di turno, incerto su chi meriti la sua piena fiducia, incapace di decidere con certezza da che parte stare. Dice Martin che “Un lettore vive mille vite prima di morire. L’uomo che non legge mai ne vive una sola.” Questa è, secondo me, la principale differenza tra serie tv e romanzi scritti, ed è il motivo per cui preferisco i secondi: essere protagonista anziché semplice spettatore, senza nulla togliere alla qualità della produzione televisiva.

Monica Serra

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