“L’epoca delle passioni tristi” – Miguel Benasayag, Gérard Schmit

passioni tristiSe lo scopo di Pennac, pur attraverso molte libertà e pochi divieti, è quello di accompagnare i ragazzi nella lettura per far superare loro il timore di non capire e di essere giudicati, sarà interessante, allora, considerare queste parole: «Un bambino con problemi scolastici, pur essendo una persona sfaccettata e contraddittoria, verrà comunque giudicato solo in base ai suoi voti e si dirà semplicemente che ha dei problemi. Nel gioco utilitaristico scolastico, per lui il voto diventa molto precocemente l’equivalente del salario per i genitori, una specie di biglietto d’ingresso nel mondo degli adulti, perché si pensa che chi non studia sarà disoccupato, avrà una vita mediocre eccetera». La frase è tratta da L’epoca delle passioni tristi, saggio scritto a quattro mani dal filosofo argentino Miguel Benasayag e dallo psichiatra francese Gérard Schmit. Poiché l’insuccesso scolastico viene considerato un insuccesso nella vita, gli sportelli di consulenza psicologica ricevono molti bambini con problemi a scuola. Ma, in molti casi, queste difficoltà celano una vera e propria «crisi epocale».

I problemi di apprendimento, cioè, sono spesso rivelatori di un’incapacità di desiderare nella vita, o meglio, di desiderare la vita stessa. Oggi, in un’epoca in cui gli adulti in primis hanno interiorizzato il fallimento degli ideali sulla visione messianica del futuro (ovvero è tramontata l’idea, che ha segnato tutta la storia dell’Occidente, del futuro come promessa), la stessa educazione, familiare oltre che scolastica, è incentrata sulla convinzione opposta, e ormai dominante, di un futuro pieno di minacce. La diretta conseguenza di questo «cambio di segno» dell’avvenire, da positivo a negativo, è una pratica quotidiana non più tesa all’invito e al desiderio, ma a un «apprendimento sotto minaccia». Se il desiderio pone in relazione con gli altri e crea gruppi e legami, l’educazione finalizzata alla sopravvivenza implica che «ci si salva da soli» e che «gli altri sono dei nemici». L’equazione che ne viene dà luogo, però, a un circolo vizioso, poiché se per sconfiggere la crisi occorre armarsi di un’ideologia utilitaristica, è questa stessa ideologia a generare crisi sociali e culturali sempre più profonde.

«Passioni tristi», appunto. Con quest’espressione Spinoza non designava la tristezza del pianto, ma l’impotenza e la disgregazione. E il tanto agognato progresso tecnico-scientifico, che pure abbiamo raggiunto, non è stato in grado, come si pensava, di governare e risolvere i nostri malesseri interiori, rispetto ai quali c’è anzi un crescente analfabetismo (come già rilevato qui: «Dolore, paura, rabbia, delusione, tristezza sono emozioni che per natura abitano l’animo umano e che hanno bisogno di parole per esprimersi. I sentimenti e le percezioni che rimangono senza nome, sepolti nell’interiorità, conducono, purtroppo, a uno stato di malessere della psiche»). Eppure, se il XX secolo ha segnato la fine dell’ideale positivista e gettato l’uomo nell’incertezza, scrivono Benasayag e Schmit che «Resta tuttavia una certezza, e non da poco: che questa tristezza si può superare. Siamo convinti che il pessimismo diffuso oggi sia esagerato almeno quanto l’ottimismo di ieri, e che la configurazione del futuro dipende in buona parte da ciò che sapremo fare nel presente».

A noi, dunque, mi verrebbe da dire. E lo faccio pensando a queste parole di Giordano Bruno: «Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, e porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di aver vinto».

Andrea Corona

Miguel Benasayag, Gérard Schmit, L’epoca delle passioni tristi [2003], Feltrinelli, Roma 2004, 132 pp., 7,50 euro

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