“Geoanarchia” – Matteo Meschiari

Matteo Meschiari, antropologo e scrittore, ha raccolto i suoi scritti decisamente contro (qualcuno li potrebbe chiamare “militanti”) in un libretto tanto agevole quanto denso pubblicato da Armillaria. Geoanarchia è il nome dell’opera, che vi invito a leggere, per quanto possiate magari essere, di primo acchito, lontani dall’anarchia.

Perché tanto, come vi dimostreranno le pagine accorate di Meschiari, vi è lontano anche lui, da quell’anarchia trita, vecchia, che ormai puzza di morto e che è diventata vuota e priva di significato – e di azione, soprattutto – per l’uomo moderno; perché Meschiari, da vero anarchico nel senso più autentico della parola, fa tabula rasa di tutte le dottrine, le teorie e le filosofie anarchiche che sono venute prima e propone di ripartire da zero.

E da dove? Semplice: per Meschiari la risposta è (anzi, era!) tutta intorno a noi. È negli alberi, nella natura, nel verde, in quel poco che ci rimane nelle città invase da cemento e asfalto nelle quali viviamo. Riprendere contatto con la natura, a poco a poco, cominciare magari camminando alberi, come suggerisce l’autore, proseguendo lungo le linee non dritte della natura, lasciando la creatività, il pensiero, l’azione libera di riprendere.


Un impoverimento dell’immaginario, di un inquinamento mentale che, in perfetta analogia con le strategie capitalistiche, sta sostituendo a una facoltà immaginativa individuale una passività ricettiva, un’abbuffata acritica di immagini

Matteo Meschiari critica pesantemente il modello di vita sul quale ormai ci siamo appiattiti: capitalismo imperante, consumismo sfrenato, lontananza da quelle che sono le nostre origini di esseri animali, inseriti in un ambiente vitale circostante, annichilimento anche artistico e culturale che deriva da tutto questo. L’anarchia di Meschiari è un’anarchia che parte dalle cose semplici – gli alberi, le montagne, l’acqua – per arrivare a quelle più complesse – la società civile, le città, la filosofia, l’estetica.

Non è sempre semplice seguire i suoi ardimentosi percorsi, il suo passo è lungo e allenato, la sua vista ottima e nitida, mentre per il lettore meno avvezzo a certi tipi di discorso o mediamente appollaiato su temi ricorrenti e telefilm seducenti, Geoanarchia richiede uno sforzo, ma uno di quelli belli, perché poco alla volta, mentre le gocce di sudore scendono e le rotelle del cervello si rimettono in moto baldanzose, si intravede tutt’un altro pensare, tutta un’altra filosofia, un modo di vivere più semplice e naturale.

Non è tutto rosa e fiori, ovviamente: praticare geoanarchia significa essere costantemente bersagliati e attaccati, dallo spazio che viene meno, dal verde ingurgitato dal grigio, dalle logiche commerciali su quelle morali, perciò bisogna opporre resistenza, una resistenza ecologica, forte e sicura come può essere quella del tronco di una quercia.

Vogliamo essere liberi? Uccidiamo l’anarchia. (…) Certo, c’è tutto un mondo che va storto, ma l’alternativa è fare qualcosa di assolutamente imprevisto: andarsene. Bisogna tirarsi fuori, da tutto, specialmente da noi stessi, dai nostri scacchi personali, dalle nostre insoddisfazioni private. Siamo come quei preti che prendono i voti in risposta a un’infanzia violata. Smettiamola. Non so da cosa debba uscire ciascuno di voi.

Le parole di Matteo Meschiari sono forti, tanto quanto il suo pensiero e le sue azioni, ed è difficile inglobarle restando supini e immobili. Un libro riottoso, che smuove dentro, che da una spinta a chi lo legge. E non preoccupatevi, perché se avrete letto bene, atterrerete sul morbido: su di un prato d’erba.

Matteo Meschiari, Geoanarchia, Armillaria, 2017, € 12

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