“Stai zitta e va’ in cucina” – Filippo Maria Battaglia

Questa è la storia degli insulti, delle discriminazioni e dei pregiudizi politici nei confronti delle donne dal dopoguerra a oggi. È un racconto trasversale, scandaloso, spesso involontariamente umoristico, scritto interamente dai maschi.

Con un incipit così, è difficile non infuriarsi subito, sin dalla prima pagina. Ma ho mantenuto la calma e, tranquillamente, sono andata avanti a leggere Stai zitta e va’ in cucina, il saggio di Filippo Maria Battaglia uscito per Bollati Boringhieri.

“È stato giusto che sia stata data questa parità, ma è evidente che non penserete di venire a ripetere in campo politico, sociale, economico, intellettuale, quelle stesse cose che facciamo noi uomini”  Ferruccio Parri, presidente del consiglio 1945

Mi aspettavo una “semplice” ricostruzione storico-cronologica degli insulti e delle iniquità nei confronti delle donne in politica, che è una cosa che il bel saggio di Battaglia effettivamente fa, unitamente però a un’altrettanto utile organizzazione tematica in cui spesso la progressione storica si rincorre e doppia, dimostrando che con l’andar del tempo le cose non siano affatto cambiate o migliorate. Come rispose la deputata Felicita Spano, alla domanda «Come sono oggi le cose nel partito, quanto a rapporto uomo – donna?» «Peggio di allora», commento senza tempo.

E ciò che potrebbe stupire – ma neanche troppo, se si pensa che siamo sempre immersi nella cultura maschilista di un paese – è che anche tra le donne non c’è comprensione, aiuto, stima e cooperazione: quella sorellanza di cui a volte, rarissime, ho sentito parlare da intellettuali di vario tipo, in occasioni pubbliche e non. Nulla di tutto ciò sembra esistere o formarsi neanche in risposta all’onnipresente fronte misogino-maschilista. Mi ha colpito, ad esempio, la reazione di Livia Turco nei confronti delle lacrime della Brambilla, uscitele quando non è passata la legge sulle quote rosa: la prima ha accusato la seconda di «complicità col governo maschilista» e di «miseria politica». E lungi da me essere anche lontanamente d’accordo con le altre idee politiche della Brambilla, ma sinceramente inizio a capire e condividere le ragioni del pianto.

Così come non c’è solidarietà, non c’è colore politico in questo vituperio pressoché continuo: scorrendo le pagine di Sta zitta e va’ in cucina ci si rende facilmente conto che da qualunque angolo si guardi la storia, ogni partito si è macchiato della stessa colpa. Tant’è che viene da pensare che l’unico vero fronte comune che si potrebbe realizzare nel parlamento italiano sia proprio quello contrario all’esistenza e all’indipendenza della donna in politica. Oh, lo so cosa penserete ad un’affermazione dai toni così vittimistici: eppure vi invito caldamente a leggere il libro, e giudicare queste parole poi.
Forse poi saremmo capaci di creare quella famosa democrazia bipartitica all’americana, di cui spesso si favoleggia qui da noi come panacea di ogni spaccatura parlamentare/politica. Si formerebbero due unici schieramenti, da una parte i contrari, i maschilisti, i misogini e i retrogradi; dall’altra, forse, esisterebbe uno (sparuto?) partito che racchiudesse tutte le donne e forse anche qualche uomo, formato da gente davvero convinta di dare le stesse opportunità alle donne in politica. Che il problema della donna in politica non è tanto o solo relegato alla sua funzione e ruolo in ambito strettamente governativo e legislativo, quanto indice di un generale atteggiamento verso le donne nei luoghi di comando e potere. E adesso non tirerò fuori numeri, grafici e statistiche facilmente confutabili, ma è un dato più che accreditato che in Italia una donna al vertice guadagna quasi la metà dei suoi colleghi maschi e che il numero delle donne boss, in qualsivoglia settore, sia estremamente risicato. 

Perché anche quando il ruolo della donna è stato fondamentale e risolutivo, il maschio italiano è difficilmente pronto a riconoscerle i meriti e lasciarle il giusto spazio, come storia insegna: durante le guerre, ad esempio, le donne hanno occupato ruoli e mestieri prima esclusivamente maschili, svolto lavori pesanti e d’ingegno, dimostrando il proprio valore e audacia; senza contare la rilevantissima parte delle donne nel II dopoguerra, quando molte si arruolarono come partigiane. Sì, questo dato portò alla conquista del voto nel ’46, ma l’animo generale dell’uomo medio era riassumile in queste parole di un lettore dell’Unità nello stesso anno: «Tornino alle faccende domestiche, tanto più che molte di esse sono impiegate non per necessità finanziarie ma per altri fini più o meno decorosi».

Un pensiero reazionario che non si è esaurito in seguito, visto che ancora nel 1965 la corte di cassazione stabiliva come non reato il fatto che un marito potesse richiedere alla moglie di abbandonare il lavoro quando «in contrasto con i doveri imposti dalla società coniugale».

we-can-do-it-FNM-791x1024

Insomma, di strada ne abbiamo fatta ma ancora tanta bisogna farne in Italia, in politica e non solo. Cercar di andare oltre inutili pregiudizi e preconcetti – come quello che vede le deputate più aggraziate tacciate di essere “stupide”, idea che ricorre sin dal 1948, colpendo la comunista Laura Diaz, ma anche la socialista Margherita Boniver, o la più recente ex Miss e Ministra Mara Carfagna – per sradicarli definitivamente e andare oltre questo onnipresente, inutile maschilismo, nella politica come nella vita. We can do it! come il manifesto dice, e magari sarebbe ora di iniziare a guardare di più ad altri stati meno machisti del nostro, cosa che magari un giorno permetterà di realizzare quella parità che già sulla Carta è viva e vegeta già da molti anni.

Filippo Maria Battaglia, Stai zitta e va’ in cucina, Bollati Boringhieri, 2015, € 10

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato.