Il curioso caso di Benjamin Button: libro e film

La carriera cinematografica di Fitzgerald fu costellata di rifiuti, delusioni e amarezze. A circa settant’anni dalla sua morte, scivolata quasi nell’oblio, come una damnatio memoriae, nel 2009, un film, vagamente ispirato alla sua novella Il curioso caso di Benjamin Button, ha ricevuto ben tredici nomination all’ Oscar.

Tutto ciò ha il sapore della beffa.

Il curioso caso di Benjamin Button

listenerSe pensavate che La leggenda del pianista sull’oceano fosse un film troppo lungo paragonato al breve romanzo di Baricco, non avete ancora visto Il curioso caso di Benjamin Button. Un racconto breve, brevissimo, di Fitzgerald è stato trasformato in uno dei film più lunghi di sempre.

Questa short-story, pubblicata nel 1922, nasce come una sperimentazione, da una considerazione di Mark Twain: È una disdetta che la parte migliore della vita sia all’ inizio e la peggiore alla fine. Questo scherzo o gioco grottesco e tragi-comico  sfocia in una drammatica morale finale; infatti, surreale e curiosa è la storia di Benjamin che nasce vecchio e che ringiovanisce nel corso del racconto. Tutto è ridotto all’osso in questa short-story, che si dipana nell’arco di una vita, coprendo ben tre generazioni di Button. Ma procediamo con ordine.

La trama è estremamente semplice: un protagonista con la sua bizzarra “malattia”, intorno a lui abbozzi di personaggi: il padre Roger, la madre, a mala pena citata, la moglie Hildegarde e il figlio Roscoe. Si tratta, per lo più, di cenni lanciati qui e lì, non aspettatevi descrizioni dettagliate, quelle non le abbiamo nemmeno per il protagonista, il cui volto è un alone di mistero. Il racconto privilegia l’aspetto fiabesco e lascia molto spazio al nonsense; il giornalista Tommaso Pincio ha paragonato Benjamin ad un moderno Pinocchio, in quanto fin da quando è nato, egli non riesce a trovare un posto nel mondo. Non è quello che tutti si aspettano debba essere. Dunque, incompreso, è per lo più bistrattato e accusato di essere un bugiardo, e si trova, dunque, a dover vivere la propria esistenza da solo.

Quanti di noi hanno sfiorato l’idea, il sogno di poter ringiovanire nel corso degli anni, sentire che le forze non ci abbandonano, ma anzi diventano sempre più vigorose e fresch? Eppure, il sogno perfetto non esiste. Invertire il corso delle cose potrebbe diventare un incubo, rincorrere la felicità attraverso la giovinezza si rivela una mera e vana illusione, poiché essa non è data da uno stato fisico ma, piuttosto, da un momento fugace, privo di età anagrafica. Dover invecchiare è un po’ come regredire all’infanzia, Benjamin infatti morirà cullato fra le braccia della sua tata nel silenzio ovattato, perso fra sogni e ricordi ormai svaniti.

Poi, fu tutto buio – la culla bianca e le facce scure che si spostavano sopra di lui, e il profumo caldo e dolce del latte, svanirono tutto ad un tratto dalla sua mente.

Non possiamo sapere se Fitzgerald avesse conosciuto o sentito parlare della sindrome di Hutchinson-Gilford, descritta per la prima volta a fine Ottocento, ma pare che il regista David Fincher si sia ispirato a questa rara patologia per l’aspetto di Benjamin Button. La trama viene dilatata e sono pochissimi i dettagli in comune con il racconto: a parte, ovviamente, l’originalità del nostro protagonista che ha il volto di Brad Pitt.

Nel susseguirsi delle scene, tante storie convergono in quella principale: quella di Benjamin che viene abbandonato, dinanzi ad un ospizio, dal suo vero padre alla nascita. Sarà Queenie (Taraji P. Henson) a crescerlo, assistendo al miracolo della sua vita che si svolge al contrario; egli pur nascendo in un corpo già vecchio, incapace di muoversi e impossibilitato a causa della senilità, è curioso ed entusiasta. Infatti, in ogni istante della nostra vita, coesistono in noi il vecchio e il bambino. Esiste l’esperienza e la sorpresa, la saggezza e lo stupore.

La pellicola presenta vari spunti di riflessione e si snoda in tutta la sua lunghezza attraverso le diverse fasi della vita di Benjamin. Se il racconto metteva in evidenza quanto è fugace e breve la vita, il film, al contrario, esamina le sue mille sfaccettature.

Le considerazioni da fare sarebbero tante, prima fra tutte la scena di apertura, in cui, l’orologiaio cieco Monsieurlistener2 Gateau porta a termine il suo ultimo lavoro: l’orologio della stazione ferroviaria di New Orleans che sbatte i secondi, i minuti, le ore in senso antiorario. Con questo gesto, egli desidera riportare indietro suo figlio, salvare lui e quanti  la guerra ha falciato via, ma non si può tornare indietro, sebbene tante volte lo vorremmo. Così come l’orologio, un altro elemento che ritorna spesso a indicare la fugacità della giovinezza è il fiore: a cominciare da un nome, quello di Daisy (la variante inglese del nostro Margherita), interpretata da Cate Blanchett, la donna amata da Benjamin.

In un film, denso e carico di simbolismo, non poteva mancare nemmeno il tema dell’acqua; infatti, quando Eraclito diceva: Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell’impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va, intendeva dire che ogni attimo che viviamo è irripetibile, unico e non tornerà mai uguale. L’acqua, sinonimo di vita, è motivo di rinascita per l’aristocratica Elizabeth Abbott (Tilda Swinton), primo amore di Benjamin, che attraversa la Manica a nuoto a 68 anni, ed è associata al leitmotiv del viaggio; infatti, si vede più volte Benjamin solcare i mari e spostarsi anche in luoghi lontanissimi.

Con degli effetti speciali e dei costumi a dir poco straordinari, il Curioso caso di Benjamin Button ha certamente meritato i premi ricevuti. Tuttavia, la decisione del regista di agganciare alla narrazione principale così tante microstorie ha portato ad un progressivo appesantimento della trama. La cornice iniziale che vede Daisy in ospedale, durante la minaccia dell’uragano Katrina, con la figlia Caroline (Julia Ormond) che, leggendo il diario di Benjamin, scopre che lui è il suo vero padre, si somma alle tante vite che si incastrano in questo film, rendendolo particolarmente complesso, e deragliando l’attenzione da una trama che è, di per sé, così originale da non aver bisogno di altro.

 

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