Fame da libri. “Il quaderno di Maya”, Isabel Allende

qm1A soli diciannove anni Maya Vidal è già consumata dalla vita. Dopo la perdita del suo amato nonno Popo, è caduta in un abisso oscuro e profondo: la droga, la violenza e l’alcool le hanno dilaniato il corpo e l’anima come una deflagrazione. Ricercata dall’FBI e da un gruppo di delinquenti senza scrupoli, grazie all’intervento della sua cara nonna Nini, Maya trova rifugio sull’isola di Chiloè, nel sud del Cile. In questo luogo lontano e sperduto, la protagonista prova a nascondersi dalla vita che l’ha quasi divorata, affidando a un diario, il quaderno del titolo, i suoi pensieri.

Il romanzo è un alternarsi continuo tra il racconto della nuova vita di Maya e quello di un passato inquietante e distruttivo. Le descrizioni di luoghi esotici e lontani, la bellezza della natura incontaminata e selvaggia, i ritmi di vita semplici e lenti e la nascita di rapporti umani sinceri e autentici, si contrappongono allo skyline scintillante e artefatto delle grandi città americane, dietro il quale si nasconde spesso tanfo, orrore e solitudine. Senza autocommiserazione ma con tanta lucidità e precisione, Maya racconta un passato difficile, un padre e una madre assenti, la grande presenza dei suoi nonni che purtroppo non basta a colmare quel vuoto che si è fatto spazio nel cuore. Pagina dopo pagina la matassa si sfila, dando vita a una trama fitta, corposa, densa di eventi. Il ritmo si fa poi più incalzante, la storia avvincente e rocambolesca, tanto da tingersi di noir e giallo.

Chi conosce Isabel Allende sa quali sono i temi a lei cari. L’autrice dipinge la figura di una donna forte, coraggiosa e volitiva, stavolta un’adolescente dei giorni nostri. Anche i luoghi e le ambientazioni sono quelle di sempre. L’America del Sud con le sue tradizioni, luoghi lontani e magici e poi c’è la California, con le sue grandi città piene di contraddizioni. Paesaggi agli opposti ma incantevoli, che puntualmente mi ritrovo a cercare e ammirare in rete, immaginando la vita quotidiana degli abitanti e naturalmente la loro cucina. Il curanto ad esempio è un piatto della tradizione di Chiloè. La preparazione è un vero e proprio rito a cui partecipa l’intera comunità, come viene raccontato nel libro:

Ho partecipato alla preparazione di un curanto, il piatto tipico di Chiloè, abbondante e generosa cerimonia della comunità. I preparativi iniziarono presto, perché le barche dell’ecoturismo arrivano prima di mezzogiorno. Le donne tagliarono pomodori, cipolla, aglio e coriandolo per il condimento e, con un noioso procedimento, prepararono milcao e chapalele, polpette di patate, farina, grasso di maiale e ciccioli, pessime a mio giudizio, mentre gli uomini scavavano un gande buco, mettevano sul fondo un mucchio di pietre e sopra accendevano un falò. Quando la legna si fu consumata, le pietre erano ardenti e ciò coincise con l’arrivo delle barche. […] I cuochi del curanto sistemarono le pentole di coccio sulle pietre e iniziarono a versare il brodo che come ben si sa è afrodisiaco, e a sistemare a strati chapaleles e milcao, maiale, agnello, pollo, frutti di mare, pesce, verdure e altre delizie di cui non presi nota, coprirono il tutto con panni bianchi bagnati, enormi foglie di gunnera, un sacco che spuntava dalla cavità come una gonna, e per ultimo, sabbia. La cottura durò poco più di un’ora e mentre gli ingredienti, grazie alle virtù segrete del calore, mischiavano i loro succhi e fragranze, i turisti s’intrattenevano fotografando il fumo, bevendo pisco e ascoltando Manuel Arias.

Comprendo le difficoltà oggettive per preparare il piatto, che a mio parere somiglia alla paella valenciana, in rete ho trovato questo sito con una versione più semplice.

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Magari stavolta ci limiteremo a sognare il curanto e i suoi profumi grazie a questo gran bel romanzo e a sperare di giungere un giorno sull’isola di Chiloè, per godere di quei luoghi fantastici e di quei sapori insoliti.

Stay hungry

Marina

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