Il giocatore – Teatro Bellini, Napoli

Scena quasi spoglia, luci bluastre. Un uomo in carrozzina è seduto immobile, curvo; alle sue spalle una figura grottesca muove la sedia a rotelle, e infine lo scarica sul pavimento come un peso morto. L’uomo inerme è lui, il giocatore; il burattinaio che lo tiene in pugno è il croupier, che per tutta la durata dello spettacolo non sarà un personaggio, ma una maschera impersonale che proclama numeri in francese. L’incarnazione del demone del gioco.
Questo mese al Teatro Bellini di Napoli, fino al 26 marzo, è infatti di scena il gioco d’azzardo.

Per esplorare una delle piaghe sociali più diffuse degli ultimi anni, il regista Gabriele Russo si affida a un testo lontano solo nel tempo, perché nella sostanza rimane un affresco incredibilmente attuale: stiamo parlando de Il giocatore, scritto da Dostoevskij nel 1866; un romanzo sull’ossessione, tanto per il gioco quanto per il denaro, l’approvazione altrui, lo status sociale, l’amore nella sua forma più distruttiva.

Protagonista è il giovane precettore Aleksej, destinato a diventare il giocatore del titolo; frustrato dalla società che lo considera un parassita e dall’amore per Polina, donna volubile e cinica, il personaggio è interpretato da Daniele Russo, che riesce a portarne sulla scena il carattere nevrotico e la tendenza autodistruttiva.

A differenza del romanzo, però, l’azione teatrale si svolge su due piani diversi che non smettono mai di incrociarsi: il mondo soffocante di Roulettenburg, la cittadina tedesca inventata in cui si svolgono le vicende dei personaggi, e un ideale “presente” in cui Dostoevskij detta il romanzo alla stenografa Anna Grigor’evna. Lo spettatore assiste così alla nascita dei personaggi nella mente dello scrittore, che crea sviluppi e retroscena con l’aiuto prezioso della sua collaboratrice; poi, però, Daniele Russo smette i panni di Dostoevskij e torna a essere Aleksej, calandosi di nuovo nella storia. I destini dello scrittore e del suo personaggio si intrecciano in maniera estremamente efficace: l’uno è l’alter ego dell’altro, due facce della stessa medaglia; non per niente Dostoevskij era un giocatore in carne e ossa e la stesura del romanzo diventa un esercizio catartico, un processo alle intenzioni in cui il verdetto si avvicina un colpo di scena dietro l’altro.

Il senso di inevitabilità e l’atmosfera claustrofobica del romanzo sono restituiti appieno dallo spettacolo, che filtra tutto attraverso lo sguardo allucinato di Aleksej/Dostoevskij; in questo senso la rappresentazione è poco corale, anche se ciascun personaggio finisce per emergere almeno una volta nel corso dello spettacolo (una menzione speciale va alla tirannica baboulinka e alla risata sguaiata dell’arrampicatrice sociale Blanche). Particolarmente interessante è il personaggio di Polina, interpretata da una bravissima Camilla Semino Favro; anche all’attrice toccano due ruoli, Polina e Anna Grigor’evna, nello stesso gioco metatestuale che coinvolge Aleksej/Dostoevskij.

In un’opera in cui ogni gesto è un azzardo, a dominare le vite dei personaggi è il caso: i numeri da 0 a 36 lampeggiano davanti agli occhi degli spettatori in modo frenetico, scanditi dal terribile croupier. Nessuno è immune al gioco: si scommette per divertimento, si scommette per noia, per necessità, per denaro.

Il denaro è onnipresente nelle discussioni di tutti i personaggi: le cifre vengono convertite di continuo da dollari a rubli fino agli euro, elemento anacronistico che getta un ponte fra l’Europa dell’Ottocento e l’Eurozona dei giorni nostri. In quest’opera di quasi due secoli fa, tutto è attuale: il materialismo, il conflitto fra le classi, gli stereotipi nazionali; l’adattamento di Vitaliano Trevisan riesce a portare in teatro un romanzo denso e complicato, a non tradirne lo spirito.

Alla fine dello spettacolo, quando Dostoevskij e Aleksej si separano per inseguire ciascuno la propria strada, al pubblico resta una certezza: il vero giocatore, il più pericoloso, non è colui che scommette per divertimento, per noia, per necessità o per denaro, ma per il gusto della scommessa. Gioco per amore del gioco, distruzione per amore della distruzione.

E rien ne va plus.

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