L’inconfondibile tristezza dell’ora di narrativa

Sempre più spesso, nel recensire un classico, mi capita di imbattermi nei commenti negativi di chi, dopo le letture scolastiche, non si è più voluto cimentare nella lettura di un’opera. In base alle mie stime, Verga, Manzoni e Dante sono i più colpiti da questo triste destino. Ma c’è di peggio: se i classici vengono avvertiti come noiosi e mai più toccati, può anche accadere che le letture scolastiche facciano passare definitivamente la voglia di aprire qualsiasi genere di libro.

Ormai sento di poterlo affermare con certezza: ne ha stroncate di passioni letterarie la famigerata ora di narrativa! Personalmente, la detestavo. Di norma le cosa andavano così: all’inizio dell’anno la prof sceglieva un testo noiosissimo, non un classico (lo avrei preferito) ma un libretto di pseudo narrativa per ragazzi incentrato su un tema adatto alle giovani menti: che so… le difficoltà adolescenziali, il razzismo, oppure su temi storici. Ogni settimana si leggeva un capitoletto, al massimo dieci pagine. Lo si leggeva in classe tutti insieme, ad alta voce. Io solitamente leggevo tutto il libro la prima settimana dell’anno e mi risultava noiosissimo ripercorrere la storia a quella lentezza; ma se anche avessi aspettato la lettura settimanale quel metodo avrebbe contribuito a smorzare tutto il mio entusiasmo: se un libro ti piace vuoi leggerlo tutto di un fiato e se non ti piace vuoi farla subito finita. Va da sé che la lettura diluita non soddisfa nessuna delle due ipotesi. Alla lettura collettiva seguivano riassunti, esposizioni orali della trama, esercizi vari di comprensione e analisi del testo, di analisi linguistica, quiz, domande aperte, temi da comporre. Un incubo per i ragazzi, diciamolo. Ammesso che la storia fosse interessante per degli adolescenti, tutta quella sequela avrebbe rovinato l’opera migliore.

In Italia i lettori più “forti” sono bambini. Tra gli undici e i quattordici anni però accade qualcosa. La media di lettura crolla, spesso per non riprendersi più. E’ strano pensare che la lettura sia un passatempo tanto diffuso nell’infanzia ma che non si perpetui nell’età adulta. Ci deve essere qualcosa che non funziona negli anni dell’adolescenza. Non dico che tutta la responsabilità sia della scuola. Ora di narrativa a parte, ci sono insegnanti che la sanno lunga sulla promozione della lettura. Ho visto rappresentazioni teatrali, letture itineranti, “persone-libro”, progetti di lettura, tutte iniziative bellissime organizzate dalle scuole. Ma si tratta per lo più di progetti e non di un metodo sistematico. I programmi ministeriali impongono ancora l’ora di narrativa o alle superiori l’ora di lettura del classico: Promessi Sposi e Divina Commedia principalmente.

Per lo più evitiamo il problema, raccontandoci che il disamore adolescenziale per la lettura dipende da altro: la società, la tv, la scuola, i fondi per la cultura mai sufficienti. A tutti i genitori e gli insegnanti che si raccontano queste scuse, a tutti coloro che amano leggere e a coloro che non lo amano affatto consiglio la lettura di Come un romanzo di Daniel Pennac. Pennac è professore di francese in un liceo parigino, oltre che autore di una famosissima saga incentrata sulla figura di Benjamin Malaussene, di professione capro espiatorio.  I diritti imprescrittibili del lettore contenuti in questo libro rappresentano i dieci comandamenti della lettura e si oppongono al dogma nel quale molti genitori e insegnanti, facendo un po’ di sana autocritica, non possono che ritrovarsi: BISOGNA LEGGERE.

«Il verbo leggere non sopporta l’imperativo, avversione che condivide con alcuni verbi: il verbo “amare”… il verbo “sognare”…
Naturalmente si può sempre provare. Dai, forza: “Amami!” “Sogna!” “Leggi!” “Leggi! Ma insomma, leggi, diamine, ti ordino di leggere!”
“Sali in camera tua e leggi!”
Risultato?
Niente.»

Pennac ci racconta in maniera leggera tutti i nostri errori, le nostre scuse, i nostri goffi tentativi che producono più danno che altro. Ci racconta della noia dei ragazzi e ci spiega il perché cresciamo dei futuri non lettori. E’ una lettura indispensabile per tutti coloro che, come me, guardano alla decrescita dell’indice di lettura con preoccupazione e cercano un modo per cambiare le cose.

Giulia Lanzolla

2 Discussions on
“L’inconfondibile tristezza dell’ora di narrativa”
  • Leggo questo articolo solo oggi (30/12/2013).
    sono d’accordo ma con molte riserve.
    Sono una libraia che da anni fa progetti lettura nelle scuole (progetti, per l’appunto, e non metodo sistematico, che dovrebbe avere l’insegnante) e, secondo me, il problema non è se leggere o no la Divina Commedia (io al liceo avevo una professoressa che leggeva straordinariamente ad alta voce ed io l’avrei ascoltata leggere qualsiasi cosa), ma è come leggere: il tono di voce, la posizione (dell’insegnante e dei bambini /ragazzi), lo sguardo, i silenzi, i movimenti, la passione.
    Il discorso è molto lungo e molto più complesso di queste quattro mie parole che hanno lo scopo di fermare questa vox populi che vorrebbe “i classici sorpassati perché troppo lontani da i ragazzi di oggi” (!!!!).
    Lo so… lo so… che non è quello l’intento dell’articolo “L’inconfondibile leggerezza dell’ora di narrativa”, ma alimenta la vox populi (mi è capitata gente in libreria per la quale persino Roal Dahl è troppo difficile!! per non parlare di Rodari… che barba!!).
    Baci a tutti i librai coraggiosi
    Carla (libraia-contastorie)

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